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venerdì 27 aprile 2007

la figura di Ulisse in Omero


Cari alunni della I E,
Omero ha definito la personalità di Ulisse partendo da questi epiteti:
-polytlas , "colui che ha molto sopportato";
-polytropos, "dal carattere multiforme";
-polymetis, "dalle molte astuzie"
-polymechanos, "capace di trovare molte soluzioni".
Come vedete, negli epiteti ricorre sempre, il prefisso poly, che in greco significa" molto, molteplice".
Ed è proprio questa molteplicità di doti che rende complesso e affascinante il personaggio Odisseo.
Quando entra nella spelonca di Polifemo, il mostro è assente.Potrebbe rubare del cibo e fuggire e invece vuole restare e vedere...Fate una ricerca sul ciclope, mostro terribile e antropofago e sul mito di Eolo.E risentirci !
N.B. Postate il commento e la ricerca.

"il tema del viaggio", clicca qui per visitare la pagina


Odissea, da Wikipedia

24 commenti:

Giada ha detto...

IL CICLOPE POLIFEMO
Polifemo, famosissimo Ciclope con un solo occhio in mezzo alla fronte, era figlio della ninfa Toosa e di Poseidone, fratello di Zeus, re dell’Olimpo.
Polifemo è un essere immane e selvaggio che abita entro una grotta, uccidendo e divorando i malcapitati stranieri che giungono ignari a quelle rive. Quando Ulisse sbarca in Sicilia nei pressi dell’Etna e, ignaro del pericolo, penetra nella spelonca con dodici compagni, si trova ad assistere al rientro del Ciclope e del suo gregge, che facevano ritorno dal pascolo. Polifemo, che colloca un macigno davanti all’ingresso, respinge le preghiere di Ulisse e non intende tenere conto delle sacre leggi dell’ospitalità, e comincia perciò a far strage dei Greci, cibandosi delle carni dei primi due infelici che ghermisce e stritola contro una parete. Quando si sveglia la mattina successiva, il gigante fa colazione mangiando altri due compagni di Ulisse e quindi esce per condurre al pascolo le pecore, avendo avuto stavolta cura di ostruire adeguatamente l’ingresso, allo scopo di rendere impraticabile la fuga ai malcapitati suoi prigionieri.
Ulisse assieme agli otto superstiti escogita però uno stratagemma: fare ubriacare Polifemo con un otre di vino rosso che aveva portato con sé ed accecarlo durante il sonno con un palo aguzzo ed infocato.
Quando il Ciclope, svegliatosi per il dolore, si mette ad urlare chiedendo soccorso agli altri Ciclopi che abitano nelle caverne vicine, alla domanda rivoltagli da lontano se mai c’era qualcuno che gli stesse facendo del male, egli risponde “Nessuno”, perché così in previsione di quanto sarebbe accaduto gli aveva detto di chiamarsi Ulisse, traendo il carceriere in un astuto inganno.
Al far del giorno, approfittando della cecità di Polifemo, Ulisse e i suoi, attaccandosi sotto il ventre dei montoni, lasciano finalmente la grotta e si avviano precipitosamente verso le navi per fuggire da quel luogo maledetto.
L’episodio è raccontato dai due maggiori poeti epici dell’antichità, il greco Omero e il latino Virgilio. Entrambi con arte impareggiabile ci fanno rivivere quelle due terribili giornate trascorse da Ulisse al suo approdo in Sicilia.
Tornando ai Ciclopi, occorre comunque chiarire, pur se forse non ce sarebbe il bisogno, che si tratta soltanto di una leggenda. Fu il ritrovamento in grotte della Sicilia di resti fossili di elefante nano, il cui teschio presenta un grosso foro nel punto della fronte dove si innestava la proboscide, ad ingenerare l’equivoco. Ecco anche perché alcuni hanno erroneamente creduto di localizzare la presenza dei Ciclopi nei dintorni del trapanese, dove hanno avuto luogo, come nelle caverne dell’Etna, analoghi rinvenimenti. Polifemo e la sua leggenda hanno in realtà una loro sede esclusiva, quella etnea, che è stata giustamente privilegiata e consacrata dalle opere immortali dei due insigni poeti dell’antichità.

Maria Allo ha detto...

Benvenuta Giada,
ti ringrazio per aver recuperato un pò del passato mitologico per portarlo ai nostri giorni così scarsamente mitici e al futuro così carico di passato, come vedi, siamo in bilico fra diversi piani temporali, attraverso un gioco di rimandi e di richiami,di echi lontani, ma vivi nella nostra contemporaneità e ritrovata (si spera!)identità.
Bravissima! Ciao.

Abc_Melo ha detto...

Salve prof,
come promesso sono riuscito a registrarmi,e a dedicare una parte della mia "importantissima vita"...,a questo grande progetto.
Osservando bene al blog si sono presentati, finora, solo 2 (io compreso),dei 30 alunni della 1e;ma vedrà in qualche modo ci raduneremo...
Un saluto ,a presto!!!

Abc_Melo ha detto...

-I Ciclopi sono figure favolose della mitologia greca, di statura gigantesca e fornite di un solo occhio in mezzo alla fronte (propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo).
In epoca arcaica gli antichi mitografi distinguevano tre stirpi di ciclopi: i figli di Urano e Gaia (il Cielo e la Terra), che appartengono alla prima generazione divina dei Giganti; i Ciclopi "costruttori", che avrebbero costruito tutti i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da blocchi enormi il cui peso e dimensione sembravano sfidare le forze umane (le "mura ciclopiche"); e i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, di cui narra Omero. Odisseo si scontrò con Polifemo e riuscì a fuggire dalla sua caverna coi compagni superstiti, solo dopo avergli accecato nel sonno il grande occhio con un palo arroventato.

POLIFEMO

Nell'isola di Sicilia vivevano sette fratelli giganteschi e terribili. Il più mostruoso si chiamava Polifemo. Era figlio di Poseidone e apparteneva alla razza dei ciclopi, che avevano un unico grande occhio in mezzo alla fronte. Dopo che Odisseo e i suoi uomini ebbero lasciato l'isola dei Lotofagi, Zeus aveva scatenato un'altra violenta tempesta, e furono tanto sballottati da perdere la nozione del tempo e non sapersi più orientare. Così, quando videro profilarsi una grande isola verde tutta cosparsa di greggi ben pasciute, fecero salti di gioia.
E mentre i marinai lanciavano urla di felicità, affamati come erano dopo tante peripezie, Odisseo e undici uomini calarono una barca e raggiunsero la riva. Si incamminarono lungo un ripido sentiero tra le rupi, reggendo con cura gli orci di vino per non versarne neanche una goccia, e dopo una lunga arrampicata raggiunsero una grande caverna. Sembrava vuota. Avevano appena radunato una decina di pecore, quando udirono dei ruggiti e un pesante calpestio che faceva tremare le rocce. Terrorizzati, si tuffarono in fondo alla caverna nascondendosi dietro un masso. Ed ecco entrare un gigante dall'aspetto spaventoso. Odisseo ebbe un sussulto. Aveva sentito parlare di Polifemo e sapeva che erano nei guai. Conclusa la mungitura, il Ciclope accese il fuoco e, solo quando le fiamme cominciarono a farsi alte e brillanti, notò i dodici uomini nascosti dietro la roccia. Emise un assordante ruggito di rabbia. Un attimo dopo afferrò due uomini e se li cacciò in bocca, stritolandoli trai denti aguzzi. Poi, dopo aver rotolato un grande macigno all'ingresso della caverna, si distese a dormire. Mentre il suo russare echeggiava tra le pareti, Odisseo tentò di escogitare un piano. Ma non gli venne in mente nulla. Così, la mattina dopo, il gigante prese altri due uomini e li divorò come aveva fatto con gli altri. Dopo di che uscì con le pecore, rotolandosi il macigno alle spalle. Erano in trappola! Mentre camminava avanti e indietro per la caverna, cercando di pensare, Odisseo notò un tronco buttato in terra. Gli diede un'idea: sgrossarlo e lisciarlo, per poi renderlo aguzzo sulla punta. Lo stavano nascondendo in un angolo quando Polifemo fu di ritorno. Come la sera prima, munse le pecore e sbranò altri due uomini. Poi fece un rutto poderoso e dopo aver rotolato il macigno all'imbocco si distese per terra. Ma questa volta non si addormentò subito e Odisseo saltò fuori a parlargli.
Ora il fuoco emanava un bel tepore. Polifemo vi si distese accanto e tese le sue enormi mani per scaldarle. Ulisse finse di essergli grato. Polifemo sorrise. Ulisse e i suoi compagni cominciarono a riempire i secchi nell'immenso orcio di vino. Ci volle moltissimo per far ubriacare Polifemo, come desiderava Ulisse. I Greci fecero la spola a lungo, portando un secchio di vino dopo l'altro. Polifemo li bevve tutti. Quando il vino finì, il Ciclope sentì che aveva molto sonno, e finalmente chiuse il suo occhio e giacque russando sul pavimento. Insieme, con tutte le loro forze, sollevarono da terra il palo. Lo trascinarono verso il fuoco e tennero l'estremità appuntita tra le fiamme finché non diventò rovente. Poi, quando il tronco fu abbastanza in alto,corsero tutti insieme e conficcarono l'estremità arroventata del palo nell'occhio chiuso di Polifemo. Si sentì un puzzo orrendo di bruciato, e il Ciclope cacciò uno spaventoso urlo di dolore. Si premette le mani sull'occhio, gridando e ruggendo, tanto che i Greci erano assordati dal rumore.Le sue immense dita continuavano a percuotere iL terreno vicino a loro: erano abbastanza grosse per schiacciarli. Ulisse corse verso il mucchio di pelli di pecora. Velocemente ne lanciò una a ciascun compagno. Improvvisamente Ulisse sentì le dita del Ciclope tastare la pelle di pecora che gli copriva il dorso: avevano un peso colossale. Polifemo toccò ancora una pelle di pecora, poi un'altra e un'altra. Sotto ciascuna di esse c'era un Greco.
Quanto più velocemente potevano, Ulisse e i suoi compagni uscirono carponi dalla grotta. Una volta fuori, si tolsero le pelli di pecora che avevano salvato loro la vita e corsero verso la spiaggia. I Greci spinsero rapidamente le barche lontano dalla riva. Quando cominciarono a galleggiare, si diedero a remare più in fretta che potevano.

Maria Allo ha detto...

CHIARIMENTO A PROPOSITO DEL COMMENTO DI GIADA
Giada dice che l'episodio di Polifemo è stato raccontato anche da Virgilio perchè ,giustamente, fa riferimento al terzo libro dell'Eneide e precisamente quando Enea, dopo una lunga navigazione,arriva nella terra dei ciclopi.Appena scesi a terra,Enea e i Troiani si imbattono in un uomo dall'aspetto orribile, Achemenide, un greco dimenticato da Ulisse nella grotta di Polifemo, dopo che il ciclope venne accecato.
Achemenide chiama"infelice" Ulisse perchè vuole mitigare l'ostilità dei Troiani nei riguardi dell'itacesee quindi anche verso lui stesso,compatriota di Ulisse.
Questo passo si riallaccia all'episodio omerico di Polifemo Odissea ,libroIX ,vv.105-555).
Il personaggio di Achemenide è inventato integralmente da Virgilio:con questo espediente il poeta si ricollega al poema omerico e il viaggio di Enea si salda,per così dire,attraverso questo personaggio,con l'episodio del Ciclope Polifemo e con il viaggio di Ulisse.I primi sei libri dell'Eneide, d'altra parte, si rifanno contenutisticamente all'Odissea e gli ultimi sei all'Iliade.

Maria Allo ha detto...

Bravo Melo!
Meglio tardi che mai,
Rispondi ora correttamente a questa domanda:
Quali differenze esistono sul piano dell'organizzazione politica tra la società dell'Iliade e quella dell'Odissea?
Attento ,è importante per la tua valutazione finale in Italiano!

Saverio ha detto...

Come promesso ecco la mia ricerca su i ciclopi:

Il ciclope (greco: Κύκλωψ) è una figura della mitologia greca e romana.
È il discendente di un'antica razza di giganti, caratterizzati dalla presenza di un solo occhio.Ne ritroviamo il mito in molti testi della letteratura greca. Secondo Esiodo, Bronte, Sterope e Arge, i ciclopi sono figli di Urano e Gea, fratelli dei Titani, in cui vengono più tardi ricompresi.
Erano creature prodigiose, alti conoscitori dell'arte della lavorazione del ferro. La loro attività era fabbricare i fulmini di Zeus. Nella mitologia romana i Ciclopi erano gli aiutanti di Efesto (o Vulcano).Omero ne parla nell'Odissea (libro IX) quando Ulisse incontra in Sicilia i loro figli: i barbari Ciclopi, che, ormai scordata l'arte degli avi che lavoravano come fabbri per Zeus, vivevano dediti alla pastorizia e isolati l'uno dall'altro in caverne. Omero da solo il nome di uno di loro, Polifemo, che fece prigioniero Ulisse e i suoi compagni.

"Qui un uomo aveva tana, un mostro, che greggi
pasceva, solo, in disparte, e con gli altri
non si mischiava, ma solo viveva, aveva animo ingiusto.
Era un mostro gigante; e non somigliava
a un uomo mangiatore di pane, ma a picco selvoso ..."
Omero

Una qualche verità storica riguardo all'esistenza reale della popolazione dei Ciclopi ci viene data da Tucidide nel libro VI delle sue Storie allorquando si accinge a parlare delle popolazoni barbare esistenti in Sicilia prima della colonizzazione greca.

Così scrive:

Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: basti quello che è stato detto dai poeti e quello che ciascuno in un modo o nell'altro conosce al riguardo.

Maria Allo ha detto...

Bravissimo Saverio,
hai citato lo storico greco Tucidite! Come vedi,tante sono le ipotesi interpretative anche sulla reale collocazione dei luoghi toccati dall'eroe di Itaca e cercare di individuarli o conoscere la reale esistenza dei ciclopi è impossibile.
Comunque, è importante capire che l'episodio appena studiato propone l'immagine di Ulisse come eroe intelligente e astutissimo nel tema della lotta tra l'intelligenza e la forza bruta, tra la ragione e le tenebre dell'animalità. Ciao

Abc_Melo ha detto...

Per quanto riguarda l'organizzazione politica, nelle due rispettive opere, vi erano alcune differenze.
Nell'Iliade l'organizzazione dello Stato era di tipo monarchico, ma con diverse limitazioni nell'uso del potere: una fra tutte il rapporto "modesto" tra Agamennone e gli altri capi Greci;
nell'Odissea la forma monarchica cede il posto a quella oligarchica (vale a dire "potere di pochi"), con a capo sempre il re ma affiancato da un consiglio degli anziani e da un'assemblea popolare: all'interno di quest'ultima venivano prese le decisioni più importanti.

Ma l'Iliade e l'Odissea non si differenziano solo sull'organizzazione politica ma anche su quella sociale, e su alcuni caratteri religiosi.

Maria Allo ha detto...

Vedo che ti sei impegnato ,a domani!

concetta ha detto...

EOLO
Secondo una delle tante leggende, Eolo (il dio dei venti) e il gemello Beoto nascono dall'amore segreto di Melanippa per Poseidone; il nonno materno, per punire la figlia, consegna Melanippa a un abitante di Metaponto, che adotta i due bambini.
I due gemelli, diventati adulti, prendono il potere e uccidono la moglie del padre adottivo, per vendicarne le angherie che questa infliggeva alla madre naturale. In seguito a tale episodio, sono costretti a fuggire, Beoto in Tessaglia, mentre Eolo si rifugia nelle isole dove egli stesso fonda la città di Lipara.

L’Odissea narra, che Eolo custodiva i venti dentro alcuni otri; abitava insieme ai suoi 12 figli (sei maschi e sei femmine, sposati fra loro) nelle isole della Sicilia che da lui presero il nome Eolie. Dopo avere accolto Ulisse, gli fece dono dei venti chiusi in un otre, che i suoi compagni incautamente aprirono, pensando custodisse un tesoro, provocando in tal modo una furiosa tempesta che fece ritornare la nave verso le Eolie: Eolo, credendo che Ulisse fosse perseguitato dagli dei, si rifiutò di aiutarlo e lo allontanò dalle isole.

stefano ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
stefano ha detto...

buonasera professoressa.

Eolo Dio dei venti.
Secondo la mitologia greca Eolo è figlio di Poseidone ed Arne. Egli viveva su un isola galleggiante, insieme ai suoi dodici figli, sei maschi e sei femmine, che si erano sposati fra di loro. I Venti, dopo aver provocato grossi danni, tra i quali il distaccamento della Sicilia dal continente, dovevano essere tenuti sotto controllo.
Zeus decise di rinchiudere i venti in delle anfore, perché li riteneva pericolosi se lasciati in libertà, sua moglie Era suggerì di nasconderli in una grotta del mar Tirreno e di affidarne la custodia ad Eolo.
Eolo li dirigeva e li liberava, custodendoli dentro le caverne e dentro un otre a Lipari, una delle isole Eolie, il piccolo arcipelago a nord della Sicilia, nella quale aveva la sua reggia. Eolo viene anche citato nell’Odissea (libro X), infatti, lui dona a Ulisse un otre in cuoio che conteneva il vento che lo avrebbe riportato nella sua isola natale, Itaca, ma i suoi compagni incautamente aprirono pensando che custodisse un tesoro provocando in tal modo una furiosa tempesta. Eolo, si rifiutò di aiutarlo perché pesava che fosse perseguitato dagli dei.

Maria Allo ha detto...

Benvenuta Concetta,
come vedi, nella mitologia omerica i venti non sono semplici elementi naturali, ma assumono le caratteristiche di divinità e spesso sono antropomorfizzati.
Inoltre condizione essenziale per riuscire a viaggiare nel mare era ed è la conoscenza e il dominio dei venti.In occasione della tempesta che travolge la zattera di Odisseo, Omero li fa addirittura intervenire tutti assieme e per il nostro eroe non c'è scampo!
Ciao

Maria Allo ha detto...

Bene Stefano,
vedo che sei riuscito a postare il tuo lavoro ! Hai letto quello di Concetta? Idem

stefano ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
stefano ha detto...

salve professoressa le ho fatto una nuova ricerca su eolo.

stefano ha detto...

Eolo.
Ci sono delle leggende che narrano di tre Eolo:
la prima dice che era una mitico eroe eponimo degli Eoli, ritenuto figlio di Elleno e della ninfa Orseide e quindi fratello di Doro e Xuto. Subentrò al padre nella signoria della Magnesia tassalica; sposatosi con Enarete, generò otto figli maschi(Creteo, Sifio, Atamante, Salmoneo, Deione, Magnete, Periere, Macareo) e sei femmine( Canace, Alcione, Pisivice, Calice, Perimede, Arne). Il secondo era nipote dell’eroe precedente, in quanto figlio di Poseidone e di Arne( ma alcune fonti per madre gli danno a Melanippe). Insieme col fratello gemello Beoto fu abbandonato sulle montagne dal nonno, che inoltre punì la figlia facendola accecare e richiudendola in un’oscura prigione:però i due bimbi, raccolti da alcuni pastori furono allevati da un certo Metaponto, che inseguito sposò l’infelice donna(liberata dai figli e risanata da Poseidone). Un’altra versione narra invece che Arne(o Melanippe) era fuggita da Metaponto dove mise alla luce Eolo e Beoto: divenuti adulti, i due gemelli s’impadronirono del potere ma si macchiarono di un delitto e furono costretti a fuggire: Eolo si recò nelle isole Eolie,dove fondò la città di Lipari mentre Beoto si rifugia in Beozia. In fine una variante afferma che nelle isole Eolie il giovane Eolo fu accolto ospitalmente da Liparo, il figlio di Ausone che gli diede in moglie la figlia Ciane e parecchi anni dopo gli cedette la sovranità. Nel terzo caso viene ricordato nell’Odissea e nell’Eneide come signore dei venti la cui figura si confonde facilmente con quella dell’eroe tassellino e con quella di suo nipote. Questo Eolo ritenuto figlio d’Ipote, abitava nell’isola natale di Eolia(circondata da un muro di bronzo e da alte rupi) ed aveva dodici figli sei maschi e sei femmine. Quando Ulisse giunse presso di lui, lo accolse amichevolmente, lo ospitò per un mese e in fine gli consegnò un otre racchiudente tutti i venti, tranne una brezza favorevole cui era affidato il compito di ricondure ad Itaca l’eroe; quando Ulisse sta per rivedere la sua patria, i suoi compagni(approfittando di un breve sonno del loro capo) aprirono l’otre, provocando la furia dei venti e il conseguente scoppio di un ciclone che ributtò indietro le navi. Ulisse ritornò ancora da Eolo, il quale però non volle più aiutarlo perché intuì che l’eroe inviso agli dei. Il culto di questo re dei venti non fiorì in Grecia, il quale divenne famoso soltanto presso i Romani furono appunto loro che ne collocarono la dimora a Lipari o a Stromboli ed immaginarono ch’egli vi tenesse incatenati i venti.

Maria Allo ha detto...

Bravo Stefano,
Vedo che hai fatto un'ulteriore ricerca,la tua buona volontà sarà
senz'altro premiata!
ciao a domani

Manila ha detto...

Eolo é il Nome di due personaggi della mitologia greca, il più noto dei quali è il signore dei venti. Viveva sull'isola galleggiante di Eolia con i sei figli e le sei figlie, e Zeus gli aveva concesso il potere di placare e suscitare i venti. Quando l'eroe greco Ulisse approdò sull'isola, Eolo lo trattenne un mese come gradito ospite; nel momento del commiato gli donò un vento favorevole e un otre pieno di tutti i venti. I marinai di Ulisse, credendo che l'otre contenesse oro, lo aprirono e vennero subito risospinti sull'isola, dove però Eolo non volle più aiutarli.

Un altro Eolo della mitologia greca era il re di Tessaglia, figlio di Elleno, capostipite degli elleni, gli antichi greci. A sua volta Eolo diede origine a una stirpe, quella degli eoli.

Maria Allo ha detto...

Bene Manila,
meglio tardi che mai!
A domani

m@rco ha detto...

EOLO..
Eolo è un personaggio della mitologia greca, indicato come il re o il dio dei venti.
Figlio di Ippote, Eolo viveva su unisola galleggiante, insieme ai suoi dodici figli, sei maschi e sei femmine, che si erano sposati fra di loro.
Quando Zeus decise di rinchiudere i venti in delle anfore, perché liriteneva pericolosi se lasciati in libertà, sua moglie Era suggerì di nasconderli in una grotta del mar Tirreno e di affidarne la custodia ad Eolo.
Eolo viene anche citato nell’Odissea (libro X): è il re dei venti, infatti, a donare a Ulisse un otre in cuoio che conteneva il vento che lo avrebbe riportato nella sua isola natale, Itaca.
Eolo compare anche nell’Eneide di Virgilio (libro I): in quest'opera, Eolo abita l'isola di Eolia e tiene i venti prigionieri in una caverna.

Soffermiamoci un po su questi venti...

Per i popoli legati al mare, e che dal mare traevano il loro sostentamento, come i Greci, i Romani e tutti gli altri del bacino del Mediterraneo, i venti scandivano ogni fase dell'esistenza e delle loro principali attività: agricoltura, navigazione, commercio.
I racconti mitologici forniscono quindi numerose rappresentazioni di queste importanti forze della natura. Tutti i venti abitavano in Tracia, o, secondo una tradizione posteriore, nelle isole Lipari, sotto la tutela di Eolo, definito il loro "custode", o a volte "padre", o anche "dio", che viveva felice nella sua caverna sul mare con la moglie, sei figli e sei figlie.
Dal suo nome le isole furono anche dette Eolie.
Non tutti i venti erano favorevoli all'uomo, come ad esempio quelli derivati da Tifone, mostro capace con il soffio infuocato di portare scompiglio e distruzione. I più importanti, che bisognava conoscere per garantirsi una tranquilla e facile navigazione, si diceva fossero i figli di Astreo (il Cielo stellato) e di Eos (l'Aurora); erano quattro: Borea del nord, Noto dal sud, Zefiro da ovest ed Euro da sud-est.
Borea, considerato come il soffio stesso di Zeus, è un vento impetuoso che spira dal nord con grande forza, particolarmente venerato dagli Ateniesi, convinti che avesse provveduto, con un tremendo uragano, a sgominare la flotta di Serse, il re persiano che minacciava la Grecia con una colossale spedizione. Noto, l'umido vento del sud, porta le piogge e rende difficoltosa la navigazione in certi periodi dell'anno.
Zefiro, che aveva generato Xanto e Balio, ossia i due cavalli di Achille, chiamato dai Romani Favonio, è particolarmente gradito perché annuncia la primavera e la bella stagione, favorendo la germinazione delle sementi e la ripresa della natura dal lungo sonno invernale. Euro, infine, che i Romani chiamavano Vulturno, soffia da sud-est e porta ora la siccità, ora le piogge.
Pure i venti secondari erano tenuti in giusta considerazione, poiché avevano il potere di provocare anch'essi effetti diversi. Rappresentati in forma umana, con le ali e con le guance vistosamente gonfie nell'emettere un soffio potente, sono altri quattro: Caecias o Aquilone dal nord-est, Apeliotes dall'est, Lips o Africo (poi conosciuto come Libeccio) dal sud-ovest, e Skyron dall'ovest o nord-ovest.
Otto dunque (quante ne vennero raffigurate nell'edificio costruito ad Atene nel I sec. a. C., la cosiddetta Torre dei Venti) le creature quasi divine tenute in gran conto e onorate dalla gente di mare, per la quale sempre hanno avuto molta importanza, tanto che nella religione romana i venti e le affini tempeste erano collegate al culto di Nettuno.

m@rco ha detto...

Buona sera prof...
So di essere un tantino in ritardo ma ho avuto il computer solo oggi.
Intanto le mando la ricerca su eolo, appena farà un altra richiesta sarò più puntuale.

Maria Allo ha detto...

Bravo Marco,
vedo che ti sei impegnato,
attenzione
per la prossima volta le richieste sono due! a domani.