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martedì 17 settembre 2019

Memoria e identità nella sicilia di Gesualdo Bufalino







GESUALDO BUFALINO
https://poetarumsilva.com/2019/09/16/maria-allo-memoria-e-identita-nella-sicilia-di-gesualdo-bufalino/

Memoria e identità nella Sicilia di Gesualdo Bufalino


 “Essere o riessere, ecco il problema. La scrittura me lo risolve, mi permette di cibarmi dei miei ieri come le iene si cibano dei cadaveri e così sopravvivere al deserto”.
Gaglianone e L. Tas, Essere o riessere, conversazione con Gesualdo Bufalino, Omicron, Roma, 1996, p. 10.
Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 – Vittoria, 16 giugno 1996) è stato uno degli ultimi grandi umanisti del ‘900. Nel solco della tradizione che va da Verga a Tomasi di Lampedusa, da Fortunato Stefano D’Arrigo a Lucio Piccolo, da Brancati a Sciascia, non è mai tra i primi scrittori siciliani citati, ma merita assolutamente un posto d’onore. La fase d’avvio della sua produzione è caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura sommersa che affonda le radici nel cuore di un’esistenza vista sempre come evanescenza e fuga dalla vita mentre il suo fulcro risiede nell’adolescenza e nella prima giovinezza dell’autore. Una fuga dalla vita, dunque, a cui Bufalino risponde con la ricerca sullo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini in “l’interpretazione e noi”). Il termine, derivante dal latino, indica in origine il marchio a fuoco che nell’antichità veniva impresso sul corpo degli schiavi o dei delinquenti. Nella lingua odierna è sinonimo di “segno caratteristico”, “impronta “, ne deriva anche “stigmate”, che indica per antonomasia i segni impressi alle mani, ai piedi e al costato di Cristo crocifisso. Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei”. (Da Studi novecenteschi, Edizioni 45-46 – Pagina 57). Pochi i fatti della sua vita: combatte in Friuli durante la Seconda guerra mondiale, successivamente viene catturato dai tedeschi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma riesce a scappare. Terminata la guerra nell’autunno del 1944, si ammala di tisi e viene ricoverato all’ospedale di Scandiano. La degenza diventa un antidoto alla sofferenza fisica e mentale di Bufalino. Lo scantinato dell’ospedale diventa il nascondiglio della biblioteca deI dottor Biancheri, il primario dell’ospedale, che desiderava proteggerla dai pericoli della guerra. Bufalino passa il suo tempo a leggere quei libri con la sua onnivora curiosità intellettuale e ibridazione, “Poiché leggere a me non servi soltanto da risorsa conoscitiva, utile a esplorare, dal fondo del mio pozzo buio, il più che potessi del lontanissimo cielo: significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie”. (Da Malpensante, Bompiani, Milano, 1987, sottotitolata “Lunario dell’anno che fu”). Riprende gli studi universitari, interrotti dalla guerra, laureandosi presso la facoltà di lettere e filosofia. Per due anni insegna nell’Istituto Magistrale di Modica. Nel 1951 ottiene il trasferimento all’Istituto Magistrale di Vittoria, poco distante da Comiso, dove insegnerà per altri venticinque anni. La cifra stilistica più apprezzabile negli scritti di Bufalino è dunque una scrittura viva, nutrita di memoria «onnivede, stravede, non vede» (Bufalino-Trecca, Essere, p. 48e di una profonda indagine sull’identità siciliana, che collega e confronta ma soprattutto affonda nelle radici aeree della terra natia, «patrimonio di memorie, vera mnemoteca e insieme materno cordone ombelicale con l’esistenza» (Bufalino-Trecca, Essere, p. 49) e in un saggio dedicato a Pirandello, Bufalino descrive cosa significa per uno scrittore siciliano essere siciliano: “Per noi siciliani, ripeto, non per voler ridurre il peso europeo e universale dello scrittore, bensì per insinuare che il suo essere europeo e universale risulta inzuppato e come saturato dal suo essere siciliano. Pensate a una corrente marina, alla Corrente deI Golfo, poniamo, la quale attraversa l’Atlantico intero senza perciò cessare d’ esser sé stessa, con una salsedine propria, una temperatura propria; ma che non appare in nulla diversa dal corpo acqueo totale dell’oceano all’ occhio del marinaio che la naviga o dell’albatro che la sorvola. Allo stesso modo la Sicilia sta dentro l’Europa pirandelliana senza distinguersi da essa e tuttavia restando incontaminabile e propria”. (Da Saldi d’autunno di Gesualdo Bufalino, pag.686, Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani- Sonzogno, Etas 1990). Così per questa sua prosa, così unica, che, pur calandosi nella cultura del proprio territorio d’origine, tocca tematiche universali, Bufalino ha superato il proprio localismo, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti del “Campiello” prima e del premio “Strega”, dopo (1988). Muore il 14 giugno del 1996 a seguito di un incidente stradale tra Comiso e Vittoria. All’amministrazione comunale, l’autore di ”Diceria dell’untore” ha lasciato anche il suo archivio, che contiene manoscritti di romanzi, di saggi, ma anche poesie e lettere. Così nell’ex mercato ittico di Comiso, (U Còmmisu in siciliano) sorge La biblioteca privata di Gesualdo Bufalino diventata proprietà del Comune di Comiso, suo paese natale, custode dei tremila libri dello scrittore.  “Era un paesotto popoloso [ … ] ma non triste. A giudicare dalle case dipinte di blu meteIene, ciascuna delle quali sui grami usci inalberava a comice un’odorosa pergola di gelsomino. Scurissime le facce, ma allegre di sapone recente. [ … ] E già uscivano per la prima messa le ragazze, [ … ] camminavano come signore, distribuendo a destra e a manca la tenera mafia degli occhi. È l’umile fondale del vicolo da cui sbocciavano, fra gabbie di galline e zacchere sparse, piuttosto che mortificare l’alterigia del passo, pareva conferire un di più di gloria e di teatro alla scena. [ … ]  (G. Bufalino, Comiso ieri, immagini di vita signorile e rurale, Sellerio editore, 1978, Palermo, p. 3).  Il romanzo Diceria dell’ untore,  pensato e abbozzato verso il ‘50, scritto nel ’71 covato dalla giovinezza con dedizione e silenzio, e poi subito bestseller nel 1981. L’autore scrisse il testo sette volte e lo modificò ripetutamente nei 30 anni della sua genesi tra il 1950 e l’anno della sua pubblicazione. Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi nella raccolta Il Malpensante“Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”.  È importante perciò non incorrere nell’errore di confondere le date di scrittura di Diceria con quelle di stampa, dato che Gesualdo Bufalino entra tardi ufficialmente nello scenario della letteratura italiana nel 1981, all’età di sessant’anni, sollecitato da Sciascia per telefono. Elvira Sellerio fece una scommessa perché era certa che avesse un manoscritto nel cassettodice Bufalino in un’intervista dell’85 di Sergio Palumbo. Certamente l’esordio tardivo e la reticenza a considerare la sua opera come definitiva hanno destato nel clima letterario dell’epoca tanta curiosità e Bufalino stesso in Saldi d’autunno, 242, così spiega: “La mia riluttanza alla stampa [… ] nasce da una discrezione nativa, [ … ] per me un’opera può solo dirsi veramente viva se, e finché è inedita, mobile, trasmutabile ad libitum come la vita. Un’altra ragione sta nel clima letterario dell’epoca: Bufalino stesso, in una sua intervista, attesta di aver scritto il suo romanzo “stretto fra due cadaveri freddi: la salma deI Neorealismo e il feto dell’Avanguardia”. «Diceria» evoca, nel parlato spiccio, un’insinuazione di scarsa credibilità, come di uno sproloquio mormorato all’orecchio. ‘Untore’, di ascendenza manzoniana, è termine più complesso e fa l’effetto di un libro sorprendentemente antico. Un’opera che nasce già con la premessa di farsi incontentabile e preziosa e che cresce quasi fuori di un tempo precisabile. Il romanzo, strutturato nelle forme tradizionali del memoriale autobiografico, presenta un carattere lirico-autobiografico, una sorta di riflessione esistenziale sui grandi temi della morte stigma-stemma, della malattia e dell’amore, svolta attraverso una serie di evidenti richiami alla letteratura decadente (si pensi a La montagna Incantata di Thomas Mann o a Moby Dick di Melville, anche se lo scrittore, tuttavia, dichiara in un’intervista di non essersi ispirato all’opera di Mann). “Non è la Montagna incantata che mi ha incantato. L’ho letta nel 1943, non ero ancora ammalato, non ho sentito allora una consonanza di temi. Il Mann che mi è più vicino è quello di Morte a Venezia e certe immagini del Dottor Faustus, mentre escludo nel modo più totale una derivazione tra la Montagna e Diceria”.  (61 F. Santini, La mia Sicilia è un museo d’ombre e io vivo in un buco nero, in «Tuttolibri», 11 luglio 1981). Scrittore in presenza di un dio che non c’è, grande sperimentatore, soprattutto sul piano del linguaggio e della ricerca linguistica nella scelta lirica e musicale della scrittura, si allontana anche rispetto alla tendenza dell’estremismo di molti narratori contemporanei (Gadda, Consolo, D’Arrigo e Pizzuto) e coraggiosamente non ha seguito la strada degli scrittori che in quegli stessi anni cominciavano a optare per una lingua di tono medio con forme semplici e accessibili al grande pubblico, mentre lui cercava di contrastare  l’ossificazione del mondo, una visione anche della letteratura che molto spesso sembrava scadere nella banalità, nel tono grigio. Bufalino sperimenta dunque in Diceria una nuova tecnica narrativa, un Decamerone al contrario, in cui la cornice non è più la base su cui si sviluppano le diverse storie, ma sono piuttosto queste ultime che sostengono la cornice nel racconto di carattere stilisticamente alto e letterario, che si avvale di una forma espressiva ricca di metafore e figure retoriche di gusto espressionista e quasi barocco. “Barocco per me è: il gusto dell’iperbole, il gusto dei gesti e delle parole eccessive, il voler esprimere in un modo sopra le righe, torrenzialità dell’espressione, estrema rarefazione e gioco di metafore”. Scrive ancora Bufalino: “la cultura isolana è fortemente incardinata su due fondamenti che poi ne fanno uno solo: il mimo, che tende a coniugare nell’effusione gestuale i parossismi della passione; e il rito, che inalveandoli nella sicurezza di una norma riconosciuta, li depura, li domina, li guarisce”. La studiosa inglese Sally Harvey rintraccia il principio della molteplicità presente non solo a livello personale ma anche a livello geografico e culturale, infatti in La luce e il lutto Bufalino chiama la Sicilia «L’isola plurale», perché secondo lui non esiste un’unica Sicilia ma tante Sicilie: «Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo […]. Vi è una Sicilia “babba” […], una Sicilia “sperta” […] una Sicilia pigra». (G. Bufalino, L’isola plurale, in La luce e il lutto, in Opere 1981-1988, Bompiani, Milano, 2006, p. 1140). Queste le parole di Bufalino per descrivere la sua Sicilia e, nonostante l’amore per la sua terra, condanna i suoi corregionali, infatti, in ogni occasione, mette in luce, senza sconti e attenuazioni, i fattori che ne hanno impedito o frenato lo sviluppo. Diceria dell’untore, romanzo in 17 capitoli, era corredato nelle primitive stesure da componimenti poetici (uno per capitolo), editi poi in una successiva opera da Bompiani che, al termine del romanzo, raccoglie in un’appendice queste poesie, assieme ad altre aggiunte dell’Autore: dediche riportate sulle lapidi dei personaggi, alla maniera dell’Antologia di Spoon River, delucidazioni a mo’ di “istruzioni per l’uso per chi ha le orecchie più semplici” sui riferimenti inseriti nel romanzo (letterari, musicali), infine una guida sui temi trattati (morte, malattia, guarigione, olocausto …). Vi si narra la vicenda di un giovane malato di tubercolosi che, ricoverato in sanatorio nei pressi di Palermo, intreccia rapporti di amicizia con gli altri pazienti e, per reagire all'atmosfera di morte e malattia che regna nell'ospedale, ha anche una relazione con un’altra paziente, Marta; con essa giunge a fuggire dal sanatorio, nel disperato tentativo di vivere più pienamente la sua storia d’amore. La malattia è uno dei temi di riferimento della poetica e del pensiero di Gesualdo Bufalino. “E questo era bello: andarsene così a spasso con passi d’aria per montagne e pianure, clandestini senza biglietto, contrabbandieri di vita. Almeno finché la babilonia della luce non fosse tornata a proclamare sui tetti, per chi se ne stava dimenticando, che un altro giorno ci aspettava dietro l’angolo, con la sua razione infallibile di dileggio e di pena. E sarebbe stato un giorno di meno, uno dei pochi rimasti”. (Da Diceria dell’untore, cap.3, pag.19). Questo frammento è forse la chiave per leggere quella conflittualità che vive il protagonista del romanzo, nei giorni della malattia: il trionfo improvviso del sogno e dell’immaginazione sul caos della realtà, della mancanza di autenticità e di significato: si corre il rischio di assumere di fronte alla realtà, che appare estremamente complessa, e indecifrabile, un atteggiamento di rinuncia alla comprensione e all'azione. Le espressioni utilizzate dal narratore in riferimento ai malati (“clandestini senza biglietto”, “setta di sbandati” in attesa di uno “sfratto senz’appello” …)  sulle condizioni di precarietà che caratterizza la loro esistenza. La malattia che li minaccia assume peraltro, come in tanta parte della letteratura del primo Novecento da Thomas Mann a Svevo, una valenza metaforica e allude a una situazione esistenziale che è propria di tutti gli esseri umani in quanto mortali. Affronta il tema anche in Calende Greche e in altri lavori ma se il protagonista di Calende Greche, sembra ribellarsi alla voluta asetticità degli interni (“la stanza è stupida, tutta spigoli e angoli retti, senza una ridondanza, un arabesco, un granello di polvere”) e alla prosopopea medica (“pochissimo altro trapela, dell’uomo in camice bianco […], circospezione legittima, in uno che si pretende luogotenente di Dio”) nella Diceria la malattia assurge a strumento che nobilita, quasi un sostitutivo, degno di rispetto, alla vita comune, mediocre. Per il protagonista, “la malattia conferisce ai volti un presentimento, una luce che manca sulle guance dei sani, un malato non è meno bello di un santo”. Il narratore, rievocando a posteriori la propria esperienza, presenta i suoi” compagni di prigionia”: così definisce i ricoverati del sanatorio, riferendosi al fatto che, per ragioni igieniche, ai tisici era concesso uscire solo in casi eccezionali.  La malattia però non ha spento in loro l’ardente desiderio di vita, che viene sollecitato da ogni minimo richiamo al mondo esterno. Il rumore di un carro o di un treno in lontananza è sufficiente per stimolare l’immaginazione e permettere di assaporare, l’eco lontana di una vita che è loro preclusa. “Ma chi potrà scordarsi dei compagni di prigionia, del fuoco che li spingeva, nelle prime ore dell’alba, in pigiama com'erano, a scendere in giardino per piangere finalmente da soli, con la guancia premuta contro la spalliera di una panchina; chi potrà levarsi dalla mente le loro facce malrasate, mentre le coglie e disorienta l’indorarsi fulmineo del mondo, al di là del muro di cinta? Bastava talvolta, tra sonno e veglia, un fischio di treno addolcito dalla distanza, oppure il cigolio dei carri di zolfo in fila per la collina, e si balzava col cuore in tumulto, seduti sul letto, a origliare le invidiate informazioni e le leggende di quella stella infedele in cui s’era trasformata la terra. Che cosa racconta un treno, un carro che va, fra bivacchi e lune sull’aia, lungo profumi d’aranci e paesi, in una notte d’estate? Niente, eppure so di occhi sbarrati nel buio, che non avevano altra vacanza se non di sorprendere, al séguito di quelle ruote, qualche guizzo di vita durante la via: un vecchio che prende il fresco, due teste che si parlano sotto il lume della cena…Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi, chi può dirlo, e tuttavia non delusi del nostro bottino di nuvole, l’unico che la sorte non aveva facoltà di vietarci”. […] (Da Diceria dell’untore, Cap. 3, pag.18). Il brano offre un chiaro esempio della raffinatissima prosa di Bufalino, intessuta di termini preziosi e letterari e di metafore intensamente liriche, che per esempio trasfigurano l’alba “nell'indorarsi fulmineo del mondo”, la Terra in “una stella infedele” e il sanatorio in “un’arce lambita appena dai frangenti dell’esistere”. Particolarmente frequente è, in particolare, in un tessuto sintattico complesso ed elaborato, la presenza di ossimori (per es. “Si tornava dall'immobile viaggio più lieti, più tristi”), che rimandano tutti alla contrapposizione fondamentale tra vita e morte che sta alla base dell’intero romanzo. Dalle parole del protagonista Ismaele, emerge anche e soprattutto una riflessione dell’autore sulla funzione della scrittura, che appare intimamente legata alla memoria del passato. Solo a distanza di tempo, infatti, è possibile valutare il peso delle esperienze compiute e il valore degli incontri e delle azioni che hanno segnato la nostra esistenza. Bufalino scrive di aver scelto consapevolmente una lingua archeologica, defunta”, nella convinzione che il “registro alto, lo scialo degli aggettivi, l’oltranza dei colori” fossero l’unica via, “per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti”. La scrittura di Bufalino pone l’attenzione all’uomo, al senso inafferrabile della vita entro il fragile confine tra bugia e verità, nonché al racconto che ha come referente un universo offeso, indecifrabile, contraddittorio.” A questo proposito è splendida l’immagine dell’agave, che i due amanti incontrano durante la fuga, che fiorisce e muore ogni dieci anni, assurgendo ad inequivocabile simbolo di una condizione umana antinomica– nel caso di Marta precoce – seccatura, la vita salda il suo debito con la morte, in perenne moto ciclico. “Perché si scrive, mi chiedo perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fanatici e fantasmi, si fabbricano babilonie di carte, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi (…). Si scrive per popolare il deserto, per non essere più soli nella voluttà di essere soli; per distrarsi dalla tentazione del niente o almeno procrastinarlo. (…). Si scrive specialmente per essere ricordati e per ricordare, per vincere entro di sé, il fuoco grigio del tempo. (…) si scrive anche per dimenticare, per rendere inoffensivo il dolore, biodegradandolo, come si fa con i veleni della chimica (…). Si scrive per giocare, perché no? la parola è anche un giocattolo, il più serio, il più fatuo. Il più caritatevole dei giocattoli adulti. (…). Tante sono, suppergiù, le ragioni per scrivere. Una di più, ma forse una di meno (non ho contato bene), delle ragioni per tacere. Scrivo perché non sono riuscito mai ad essere felice. Scrivo per essere felice”. (Da Le ragioni dello scrivere di Sergio Garufi su Nazione Indiana). La Sicilia è per Bufalino la terra che porta con sé una valenza morale. Così per il siciliano, rifugiarsi nella sua “torre d’avorio” diventa quasi un’intima attitudine che nasce dalla sua terra. Un rapporto indissolubile quello di Bufalino con la Sicilia, che egli definisce “schizofrenico”. «Una terra difficile da capire», la definiva Sciascia. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita. “Solo la letteratura ridà alla Sicilia la sua violata santità”, sostiene la nota scrittrice siciliana Silvana GrassoPersonalmente, ritengo che ciò sarà possibile solo se il letterato attraverso la scrittura riuscirà a oggettivare la propria esistenza ma non rinuncerà a esprimere comunque la sua esigenza di significati storici e di giudizi morali con l’intento di servire la letteratura infondendole un sangue nuovo.
©Maria Allo
Riferimenti bibliografici
Gaglianone e L. Tas, Essere o riessere, conversazione con Gesualdo Bufalino, Omicron, Roma, 1996, p. 10
Studi novecenteschi – Edizioni 45-46 – Pagina 57
Ragusa, Giovanni. La lingua siciliana. Modica: Edizioni Associazione Culturale
“Dialogo” 1989. Rossi, Pierangela. “Bufalino
Ilaria Fatta, Humboldt Universität zu Berlin – Institut für Romanistik Insularità: Note sul rapporto fra gli scrittori siciliani e la loro terra
F. Santini, La mia Sicilia è un museo d’ombre e io vivo in un buco nero, in «Tuttolibri», 11 luglio 1981.
Charles Baudelaire, I fiori del male, con traduzione e prefazione di Gesualdo Bufalino, Milano, Mondadori, 1983.
Traina, Presenze linguistiche e tematiche della poesia montaliana in “Diceria dell’untore” di Bufalino, in “SICULORUM Gymnasium”, (1990), pp.239-272;
Russo, I temi della Sicilia e della morte nelle opere di Gesualdo Bufalino, in “Studi novecenteschi” (1992), pp.51-84;
Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale. Fotografie di Gioacchino Iacono e Francesco Meli, testo di Gesualdo Bufalino, Palermo, Sellerio, 1978. Comiso viva, a cura di Gesualdo Bufalino, Comiso, Edizioni Pro Loco, 1976.
Michael Jakob, Infedele è la memoria, «Linea d’ombra», XIV, n. 17, luglio/ agosto 1996, pp. 18-22 (anche in Gesualdo Bufalino, Opere/2 19891996, a cura di Francesca Caputo, Milano, Bompiani, 2007, pp. 13711386).
Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore nei Classici Bompiani (1981) con un contributo di Leonardo Sciascia.
Le ragioni dello scrivere: Pamuk e Bufalino,  Sergio Garufi • 11 Dicembre 2006 su Nazione indiana
Insularità: note sul rapporto fra gli scrittori siciliani e la loro terra 2015 su Carte italiane di Silvana Grasso Link di riferimento: https://escholarship.org/content/qt6mm5x563/qt6mm5x563.pdf
La luce e il lutto nella Sicilia narrata da Gesualdo Bufalino su La Sicilia. Link di riferimento: https://www.ragusanews.com/2016/12/28/cultura/luce-lutto-sicilia-narrata-gesualdo-bufalino/73974

lunedì 21 gennaio 2019

In memoria della Shoah

Nelly Sachs

«Per questa Giornata della Memoria, 27 gennaio 2019, ho scelto
 Chor der Geretteten, che Nelly Sachs, premio Nobel
per la letteratura, scrisse nel 1946. La poesia fu pubblicata l’anno
 successivo, nel ciclo di poesie Aus den Wohnungen des Todes
 (Dalle dimore della morte), traduzione di Anna Maria Curci.

Chor der Geretteten
Wir Geretteten,
Aus deren hohlem Gebein der Tod schon seine Flöten schnitt,
An deren Sehnen der Tod schon seine Bogen strich –
Unsere Leiber klagen noch nach
Mit ihrer verstümmelten Musik.
Wir Geretteten,
Immer noch hängen die Schlingen für unsere Hälse gedreht
Vor uns in der blauen Luft –
Immer noch füllen sich die Stundenuhren mit unserem tropfenden Blut.
Wir Geretteten,
Immer noch essen an uns die Würmer der Angst.
Unser Gestirn ist vergraben im Staub.
Wir Geretteten
Bitten euch:
Zeigt uns langsam eure Sonne.
Führt uns von Stern zu Stern im Schritt.
Laßt uns das Leben leise wieder lernen.
Es könnte sonst eines Vogels Lied,
Das Füllen des Eimers am Brunnen
Unseren schlecht versiegelten Schmerz aufbrechen lassen
Und uns wegschäumen –
Wir bitten euch:
Zeigt uns noch nicht einen beißenden Hund –
Es könnte sein, es könnte sein
Dass wir zu Staub zerfallen –
Vor euren Augen zerfallen in Staub.
Was hält denn unsere Webe zusammen?
Wir odemlos gewordene,
Deren Seele zu Ihm floh aus der Mitternacht
Lange bevor man unseren Leib rettete
In die Arche des Augenblicks.
Wir Geretteten,
Wir drücken eure Hand,
Wir erkennen euer Auge –
Aber zusammen hält uns nur noch der Abschied,
Der Abschied im Staub
Hält uns mit euch zusammen.
Nelly Sachs
Dal ciclo di poesie Aus den Wohnungen des Todes (Dalle dimore della morte), pubblicato nel 1947.
Coro dei salvati
Noi salvati,
Dalle cui ossa cave la morte ha già intagliato i suoi flauti,
Sui cui tendini la morte ha già fatto scorrere i suoi archetti –
Risuona ancora il lamento dei nostri corpi
Con la loro musica mutilata.
Noi salvati,
Pendono ancora i cappi ritorti per le nostre gole
Dinanzi a noi nell’aria azzurra –
Ancora le clessidre si riempiono del nostro sangue stillante.
Noi salvati
Ancora si cibano di noi i vermi dell’angoscia
La nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi salvati
Vi chiediamo:
Mostrateci pian piano il vostro sole.
Di stella in stella riportateci al passo
Fateci apprendere di nuovo, a voce bassa, la vita.
Potrebbe darsi, altrimenti, che il canto di un uccello,
Il secchio che al pozzo si riempie
Forzino il nostro dolore sigillato malamente
E come schiuma ci spazzino via-
Vi chiediamo:
Non ci mostrate ancora un cane che morde –
Potrebbe darsi, potrebbe darsi
Che polvere diventiamo –
Dinanzi ai vostri occhi ci disfiamo in polvere.
Che cosa tiene insieme la nostra tela?
Noi divenuti senza respiro,
La cui anima volò a Lui dalla mezzanotte
Molto tempo prima che portassero in salvo il nostro corpo
Nell’arca dell’attimo.
Noi salvati
Vi stringiamo la mano,
Riconosciamo il vostro occhio –
Ma insieme ci tiene ancora soltanto il distacco,
Il distacco nella polvere
Ci tiene uniti a voi.
Nelly Sachs
(traduzione di Anna Maria Curci)

sabato 22 settembre 2018

Nel nome di Clizia



E. MONTALE- IRMA BRANDEIS
https://poetarumsilva.com/2018/09/21/allo-nel-nome-di-clizia/

http://www.900letterario.it/focus-letteratura/nel-nome-di-clizia-mottetti-montale/
Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa poi ebbe anche da noi, a un giuoco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera – oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione – spinta. […] Anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia. […] Il nuovo libro non era meno romanzesco del primo».
(E. Montale, Intervista immaginaria, in Sulla poesia, a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1976)

Mottetti costituisce la seconda sezione di Le Occasioni di MontaleIl titolo allude alla “poesia d’occasione”, nel senso che in questo periodo si infittiscono, nell’opera di Montale, i riferimenti a persone, eventi, circostanze della vita privata e pubblica. Eppure il poeta ha sempre rifiutato di precisare le circostanze biografiche della sua ispirazione. In una lettera del 1966, a un amico critico che gli chiede chiarimenti, scrive: «La mia poesia non è vera, non è vissuta, non è autobiografica, non serve identificare questa o quella donna…».
Al centro delle Occasioni, dunque, si trova una serie di ventuno brevi componimenti dedicati a una donna, cantata con il senhal di Clizia, presenza indefinita, con il riferimento al mito ovidiano della ninfa innamorata di Apollo-Sole che fu trasformata in girasole, il fiore che si volge costantemente a cercare la luce del sole: «lla suum, quamvis radice tenetur/ vertitur ad Solem, mutataque servat amorem» (Ovidio, Metamorfosi, IV, v. 262 e sgg.). Clizia, colei che (si) inclina (gr. klitòs) ovvero, secondo la polisemia del verbo latino, colei che si piega, si muta e ha dedizione verso qualcosa. Nei Mottetti, a lei dedicati, la distanza si fa smisurata, quasi astrale: Clizia, creatura di luce, porta in dono d’amore un segno del mondo autentico. Quando il poeta avverte la sua presenza, e anche quando crede di essere ingannato “Altro era il suo stampo”, egli esprime il desiderio di affidarsi a lei perché lo metta in contatto con quel mondo misterioso, se esiste. E non conta tanto il dono (di cui il poeta non è mai certo) quanto il desiderio di quel segno. Certo, il segno che si compone nell’aria del mattino e nelle cose, può essere riconosciuto solo dai sensi dell’innamorato. Solo colui che sente il passo di Clizia nel pulsare del proprio sangue può percepire in  segreto il fenomeno della neve che rispetta il rumore di quei passi, e quello dell’ombra della palma che s’innerva/ sul muro, cioè che «si dirama come un fascio di luce nel tessuto del proprio corpo» (D. Isella). Conta che la donna lo guidi a sfidare il vuoto, il tediol’arduo nulla: la verità è nella sfida che si compie in virtù dell’amore di Clizia.
Ecco il segno; s’innerva
sul muro che s’indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell’aurora.
Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.
Clizia ha gli attributi contrastanti del fuoco e del gelo (suggeriti dal significato del suo nome tedesco, Brand-fuoco (letteralmente: incendio), Eis-ghiaccio). L’identità di questa donna dagli occhi di acciaio è rimasta a lungo oscura. Con il tempo Clizia è stata identificata con Irma Brandeis, giovane ebrea americana studiosa di Dante, colta, poliglotta e cosmopolita, conosciuta nel 1933 quando lei era venuta a Firenze per conoscere a fondo la lingua del sommo poeta. Montale si era trasferito a Firenze nel 1927; lavorò prima presso la casa Editrice Bemporad, poi come direttore del prestigioso Gabinetto Viesseux.
Tra i due nacque un’intensa e combattuta relazione, interrotta nel 1938 quando lei si vide costretta a far ritorno negli Stati Uniti per sottrarsi alle leggi razziali e, nel contempo, Montale venne licenziato dal Gabinetto Viesseux perché non iscritto al partito fascista. Una storia, quella tra Montale e Irma Brandeis, dopo il suo ritorno in America soprattutto epistolare. Fantasma in bilico tra assenza e presenza, dunque, figura della separazione e dell’addio, messaggera astrusa e lampeggiante di un’improbabile salvezza, la protagonista di Nuove stanze e di tutta la serie deiMottetti identificata con il suo nome più noto, Clizia, solo in una nota della Bufera. Per vent’anni è rimasta chiusa in una cartella di cartone nella cassaforte dell’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux. Fu la stessa Brandeis, nel 1983, a consegnare le lettere ad Alessandro Bonsanti, con la richiesta che non fossero rese pubbliche prima di vent’anni. Poesie, biglietti e fogli sparsi aiutano dunque a ricostruire  una delle storie d’amore più tormentate del Novecento italiano. Irma Brandeis è diventata davvero, adesso, come la ninfa della leggenda, un girasole sempre più lontano e dolente.
«Portami il girasole, ch’io lo trapianti nel mio terreno bruciato dal salino… – aveva scritto Montale – portami il girasole impazzito di luce».
Per il poeta Montale la beatificazione dell’assente è fonte della sua poesia più alta e nell’elaborazione del mito, Clizia si connette simbolicamente al tema della salvezza non solo personale ma si fa anche emblema della salvezza dalla violenza e dei valori laici della cultura e dello spirito. Il forzato allontanamento di Irma Brandeis dall’Italia diviene, in chiave metafisica, il corrispettivo del sacrificio di Cristo che, morendo, può garantire una salvezza per tutti (La primavera hitleriana). Come Cristo, con il suo sacrificio la donna «si distrugge/ in lui per tutti» (vv. 37-38). La sua lontananza assume quindi una valenza paradossalmente positiva. Attraverso la mediazione di questa donna, sembra dunque assumere nuove connotazioni la fiducia già presente nel primo Montale di “un’altra orbita”, di una dimensione esistenziale diversa e possibile da raggiungere solo per pochi. È Montale stesso ad aver usato nel 1961 l’espressione visiting angel e in queste vesti è raffigurata Clizia, in particolare nel primo mottetto, Ti libero la fronte dai ghiaccioli, scritto probabilmente nel gennaio del 1940 e apparso in rivista nello stesso anno e in volume nella seconda edizione delle Occasioni. Clizia diviene così la nuova Beatrice e assume connotati soprannaturali: è la donna –angelo che scende dalle «alte nebulose» a visitare il poeta. Ma potremmo trovare che la somiglianza è tanto suggestiva proprio perché apparente, e invece di nascondere, mette in luce l’assoluta novità del miracolo che qui si compie. Clizia è diversa dalla sublime Beatrice, venuta «da cielo in terra a miracol  mostrare» (Vita Nova , XXVI,” Tanto gentile  e tanto onesta pare..”). Il suo è un cielo d’ alte nebulose, turbato dai cicloni. Insomma è il cielo degli uomini e vediamo una donna-angelo avvicinata, nelle qualità e nella sorte, alla condizione umana. Per questo appare più viva la sua grazia e più credibile il suo messaggio.
Ti libero la fronte dai ghiaccioliche raccogliesti traversando l’ altenebulose; hai le penne laceratedai cicloni, ti desti a soprassalti.Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolol’ombra nera, s’ostina in cielo un solefreddoloso; e l’ alte ombre che scantonanonel vicolo non sanno che sei qui.
Questa delicata poesia d’amore e insieme di angoscia è uno dei tanti esempi di altissimo valore nello sviluppo dell’intera poesia italiana del Novecento. La ricerca di musicalità, come sempre in Montale, è particolarmente attenta ed efficace. Ma è Irma Brandeis a far risuonare una nuova musica nelle corde di Montale con una frantumazione di versi caratterizzata da numerose assonanze interne e parallelismi. Il poeta è l’unico a sapere della presenza della donna: l’unico a viverla e a conoscerla, custode partecipe di un segreto e di un tesoro che ne sanciscono la superiorità rispetto alle altre ombre e al loro e vile “scantonare”. In ogni caso, la poesia si costruisce attorno al tema dell’incontro prezioso e clandestino, delle cure prestate e ricevute, oscilla tra l’angoscia della prigionia del poeta e il sollievo della fuga, del miracolo inaspettato. Una certa “oscurità” di Montale potrebbe essere invece frutto di una scelta precisa del poeta che rinvia alle suggestioni della poesia di Paul Verlaine (promotore del motto «de la musique avant toute chose») e all’influenza della Metafisica di tre grandi artisti Giorgio De Chirico, Carlo Carrà e Alberto Savinio. La pittura metafisica infatti, con le sue immagini enigmatiche, ambigue e misteriose, aspira a superare i limiti del visibile e della realtà ma è assolutamente priva di ambizioni conoscitive: gli enigmi che propone sono destinati a rimanere irrisolti, ma non per questo producono angoscia, paura e frustrazione. Le opere di De Chirico e di Savinio sono intime e filosofiche, ricche di suggestioni simboliche e letterarie, mentre l’ex futurista Carrà è maggiormente interessato a problematiche più strettamente formali. Montale, in questa seconda raccolta, mostra ancora di seguire la poetica degli oggetti, che però non caricano più la  natura e il paesaggio marino della Liguria di una valenza simbolica (come gli stessi “ossi di seppia”), ma sono più di frequente frutto di lavoro artigianale o tecnico, essendo presente un indeterminato paesaggio urbano, popolato da uomini-automi. Una poetica di oggetti e non di parole in cui si avverte la consonanza con la poesia di T. S. Eliot e di autori secenteschi come l’inglese John Donne, o anche di Robert Browning, di Charles Baudelaire e di altri moderni. 
Addii, fischi nel buio, cenni, tossee sportelli abbassati. È l’ora. Forsegli automi hanno ragione. Come appaionodai corridoi, murati!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Presti anche tu alla fiocalitania del tuo rapido quest’orridae fedele cadenza di carioca?
Questo mottetto (1939), appartiene alle poesie aggiunte alla seconda edizione delle Occasioni. Sullo sfondo convulso di una stazione di notte, si compie qualcosa di doloroso, forse una separazione; viene il pensiero di arrendersi a un modo di vivere insensato da automi. Nella seconda strofa appare un tentativo di riscattarsi stabilendo un legame con una persona lontana: ma è solo una speranza, sottolineata dal tono interrogativo, una speranza che ancora una volta cerca il miracolo nella scena quotidiana, in sé banale.
Mottetti non si aprono con un suono bensì con un rumore; quello del primo mottetto Lo sai debbo riperderti ci introduce nella tensione irrisolta tra il personaggio che dice «io» e il fantasma femminile, labile e sfuggente, evocato dal «tu» che fin dalla sua entrata in scena si presenta senza la minima connotazione emotiva, chiuso nell’altera consapevolezza della loro distanza («Lo sai: debbo riperderti e non posso»), che concede solo incerti barlumi del «certo suo fuoco» (per citare il balcone). E l’unica certezza che rimane al poeta è allora necessariamente quella dell’inferno («E l’inferno è certo»), nella quale il testo trova la sua conclusione, lapidaria e definitiva, contro l’ipotesi sempre più evanescente di una sempre più improbabile salvezza. Il verso si spezza sull’oggetto della ricerca fallita: te (e l’ossitono sembra appuntire la scheggia dolorosa).
Lo sai: debbo riperderti e non posso.Come un tiro aggiustato mi sommuoveogni opera, ogni grido e anche lo spirosalino che straripadai moli e fa l’oscura primaveradi Sottoripa.Paese di ferrame e alberaturea selva nella polvere del vespro.Un ronzio lungo viene dall'aperto,strazia com’unghia i vetri. Cerco il segnosmarrito, il pegno solo ch’ebbi in graziada te.E l’inferno è certo.
Le Occasioni si presentano come un romanzo d’amore fornito di due sensi, l’uno letterale e l’altro allegorico: la donna amata da Montale potrebbe essere la poesia, attraverso la quale si manifesta la divinità. L’incontro con Clizia è raro e imprevisto. Costituisce l’esperienza del divino che è permesso agli uomini; il suo abbandono ci fa sprofondare nuovamente in quel perenne “inferno” che è la terra.
© Maria Allo

Fonti
Luperini, Cataldi et L. Marchiani, La scrittura e l’interpretazione, vol. XIV, Palermo 1992Eugenio Montale, Mottetti, a cura di Dante Isella, Piccola Biblioteca 21, Adelphi Edizioni
Parenti, Vegezzi, Viola,  La ricerca letteraria Il tempo storico e le forme, ed. Zanichelli 1994
Il manifesto Autore: Marco Sonzogni, Montale e Clizia, l’infelicità di dirsi addio.Gramigna, Le forme del desiderio, Garzanti, Milano 1986 Gramigna, Che cosa sa il poeta?, Garzanti , Milano 1986Contini, Una lunga fedeltà. Scritti su E. Montale, Einaudi, Torino 1974, pp.19-41
G. Armellini, A. Colombo (a cura di), La letteratura italiana “Novecento”, ed. Zanichelli
“Questa stupida faccia”. Un carteggio nel segno di Eugenio Montale Brandeis,ed. ArchintoPerché Letteratura di R. Luperini, Modernità e contemporaneità, ed. Palumbo
Bonora, Le Metamorfosi del vero, Saggi sulle “Occasioni “di E. Montale, Bonacci Roma 1981