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mercoledì 31 gennaio 2018

TG CANALE 2_TWITTER: “LA BREVITÀ COME STRATEGIA DI SCRITTURA” CONCORSO S...




La brevità come strategia di scrittura: il tema 

di quest'anno è la Metamorfosi. Un invito 

a meditare prima di scrivere il messaggio da veicolare

venerdì 26 gennaio 2018

Per la Giornata della Memoria: il “Coro dei superstiti” di Nelly Sachs



Scrivevo tre anni fa, e riconfermo ogni parola, aggiungo da Lettere Migranti anche la traduzione di Anna Maria Curci .



Il 27 Gennaio una data stabilita per legge. Ma la memoria non può essere identificata con una sola data (anche se il 27 gennaio è la data in cui gli alleati liberarono e aprirono agli occhi del mondo il campo di concentramento di Auschwitz). Perciò pubblico oggi una poesia di Nelly Sachs, forse la poetessa che più di altri ha saputo parlare dello sterminio degli ebrei, dei campi di concentramento, dei forni crematori, anche se non è stata ospite in nessuno dei campi allestiti dai nazisti. Lei è riuscita a riparare in Svezia (nel 1940), dove poi è sempre vissuta, facendo la traduttrice.


Nata a Berlino nel 1891, è morta a Stoccolma nel 1970. Ha scritto alcuni libri di poesie che sono tra le più drammatiche testimonianze dell’Olocausto. Ma anche dell’esilio, della condizione dell’ebreo errante. Ho scelto questa poesia di Nelly Sachs, Coro dei superstiti, perché è bella e famosa, ed è sul piano testimoniale molto intensa. Lei è stata insignita del Premio Nobel nel 1966. Quindi la lettura di questo testo – a mio parere – porta con sé un’amplificazione del suo significato che per un evento come il Giorno della Memoria è molto importante. La motivazione del Nobel diceva: ”Per la sua lirica lirica notevole e la scrittura drammatica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante”. Quello che è singolare nella sua vita è che tutto ciò che aveva scritto prima dell’espatrio, abitando in Germania, lei lo ha rifiutato, disconosciuto. Come se fosse nata alla scrittura soltanto quando la realtà irreparabile del genocidio l’ha fatta diventare “vedente”. E pur non avendo visto i lager nazisti (se non dopo), ha interpretato la grande disperazione, la grande tragedia, come forse nessun altro. Tra le altre cose ha scritto i poemi drammatici Segni sulla sabbia (Zeichen im Sand, 1962), Incantesimo (Verzauberung, 1970). inoltre, le seguenti raccolte di liriche: Nelle dimore della morte (In den Wohnungen des Todes, 1947), Fuga e trasformazione (Flucht und Verwandlung, 1959), Al di là della polvere (Fahrt ins Staublose, 1961), Alla ricerca dei viventi (Suche nach Lebenden, 1971). Gli uni e le altre vivono una lingua di grande intensità metaforica, che parlano della storia e delle vicissitudini del popolo ebraico nel passato e nel presente.
Chor der Geretteten

Wir Geretteten,
Aus deren hohlem Gebein der Tod schon seine Flöten schnitt,
An deren Sehnen der Tod schon seine Bogen strich –
Unsere Leiber klagen noch nach
Mit ihrer verstümmelten Musik.
Wir Geretteten,
Immer noch hängen die Schlingen für unsere Hälse gedreht
Vor uns in der blauen Luft –
Immer noch füllen sich die Stundenuhren mit unserem tropfenden Blut.

Wir Geretteten,
Immer noch essen an uns die Würmer der Angst.
Unser Gestirn ist vergraben im Staub.
Wir Geretteten
Bitten euch:
Zeigt uns langsam eure Sonne.
Führt uns von Stern zu Stern im Schritt.
Laßt uns das Leben leise wieder lernen.
Es könnte sonst eines Vogels Lied,
Das Füllen des Eimers am Brunnen
Unseren schlecht versiegelten Schmerz aufbrechen lassen
Und uns wegschäumen –

Wir bitten euch:
Zeigt uns noch nicht einen beißenden Hund –
Es könnte sein, es könnte sein
Dass wir zu Staub zerfallen –
Vor euren Augen zerfallen in Staub.
Was hält denn unsere Webe zusammen?
Wir odemlos gewordene,
Deren Seele zu Ihm floh aus der Mitternacht
Lange bevor man unseren Leib rettete
In die Arche des Augenblicks.
Wir Geretteten,
Wir drücken eure Hand,
Wir erkennen euer Auge –
Aber zusammen hält uns nur noch der Abschied,
Der Abschied im Staub
Hält uns mit euch zusammen.

Nelly Sachs
Dal ciclo di poesie Aus den Wohnungen des Todes (Dalle dimore della morte), pubblicato nel 1947.

Coro dei salvati

Noi salvati,
Dalle cui ossa cave la morte ha già intagliato i suoi flauti,
Sui cui tendini la morte ha già fatto scorrere i suoi archetti –
Risuona ancora il lamento dei nostri corpi
Con la loro musica mutilata.
Noi salvati,
Pendono ancora i cappi ritorti per le nostre gole
Dinanzi a noi nell’aria azzurra –
Ancora le clessidre si riempiono del nostro sangue stillante.

Noi salvati
Ancora si cibano di noi i vermi dell’angoscia
La nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi salvati
Vi chiediamo:
Mostrateci pian piano il vostro sole.
Di stella in stella riportateci al passo
Fateci apprendere di nuovo, a voce bassa, la vita.
Potrebbe darsi, altrimenti, che il canto di un uccello,
Il secchio che al pozzo si riempie
Forzino il nostro dolore sigillato malamente
E come schiuma ci spazzino via-

Vi chiediamo:
Non ci mostrate ancora un cane che morde –
Potrebbe darsi, potrebbe darsi
Che polvere diventiamo –
Dinanzi ai vostri occhi ci disfiamo in polvere.
Che cosa tiene insieme la nostra tela?
Noi divenuti senza respiro,
La cui anima volò a Lui dalla mezzanotte
Molto tempo prima che portassero in salvo il nostro corpo
Nell’arca dell’attimo.
Noi salvati
Vi stringiamo la mano,
Riconosciamo il vostro occhio –
Ma insieme ci tiene ancora soltanto il distacco,
Il distacco nella polvere
Ci tiene uniti a voi.

Nelly Sachs
(traduzione di Anna Maria Curci)




“Noi superstiti”. L’identificazione con chi è scampato allo sterminio, alle camere a gas, permette di eternare la tragedia immane del popolo ebraico sacrificato alla megalomania distruttrice di un potere cieco e bieco, fondato sulla violenza e sul razzismo, come quello nazista. E ancora di più oggi il ricordo dello status di superstite dai lager, con il quale si accomuna chiunque sia riuscito a evitare l’internamento, chiunque sia riuscito a salvarsi da quell'esperienza e da quella morte, fissa nello specchio della storia l’eccidio realmente avvenuto, nonostante tutte le negazioni che possano essere affermate. Come possono persone di cultura come il vescovo lefebvriano Richard Williamson e il priore della Madonna di Loreto (a Spadarolo, nel comune di Rimini), Don Floriano Abrahamowicz, Don Floriano in più avrebbe detto che in fondo le camere a gas sono state usate per disinfettare. Disinfettare che cosa? Ma sembra abbia detto ancora, il priore, che le sue parole sono state travisate. E ha sostenuto che avesse invece detto che non sa se le camere a gas siano state usate veramente per uccidere. Beh, non cambia nulla. Come si può oggi, dopo le testimonianze lasciate da chi è stato appunto “superstite” (vale la pena ricordare i tanti libri scritti da Primo Levi, di cui lo scorso anno ho proposto la poesia d’apertura del libro Se questo è un uomo) e dopo che sono stati archiviati diverse centinaia di filmati girati nei campi dagli stessi nazisti (quindi non considerabili finti come fossero semplici “sceneggiati” di pura invenzione), sostenere che i campi di sterminio non sono esistiti? La vera iattura non è dimenticare, è invece sostenere una falsità nonostante le prove e le testimonianze dirette sull'evento più pernicioso del secolo scorso. Ricordare quindi, non dimenticare, ma anche opporsi esibendo sempre prove indiscutibili alla rimozione falsificante e strumentale della realtà storica. E la poesia non è il verbo che apre la verità, di qualsiasi cosa essa parli? Che la poesia dunque sappia, possa, voglia, incunearsi nell'incredulità di chi non sa o non vuole sapere. Ottavio Rossani

Dal mio blog

Li vidi quei bambini

Maria Allo

venerdì 17 novembre 2017

Jolanda Insana, voce poetica italiana, aulica e dialettale, sempre fuori dal coro




https://poetarumsilva.com/2017/11/16/maria-allo-jolanda-insana/
https://paoloottavianisweblog.wordpress.com/2017/11/16/maria-allo-su-jolanda-insana/
http://www.900letterario.it/poesia/jolanda-insana-voce-poetica-epigrammatica/

La vita e la morte allato vanno”: la poesia di Jolanda Insana come infinita Sciarra amara

L’anno 1977 segna l’esordio tardivo nella poesia della quarantenne Jolanda Insana, quando un gruppo di testi di Sciarra amara è presentato in un quaderno collettivo della casa editrice Guanda, diretta da Giovanni Raboni, poeta e militante nella critica in primis letteraria, ma anche teatrale e cinematografica che, sbalordito alle schioppettate linguistiche della “Pupara”, così scrive: «[…] dietro o al di là della beffa, dietro o al di là dell’acuto, atroce sarcasmo, è in ogni caso, e senza scherzi, questione di vita o di morte: ed è questo, certo, a far circolare nella poesia della Insana, nel suo personalissimo impasto di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale, nel suo epigrammismo che, per naturale paradosso tende a farsi voce ininterrotta, declamazione, poema, una vena di minacciosa, rabbrividente cupezza.» Jolanda Insana è voce poetica italiana fuori dal coro. Sciarra è termine siciliano che viene dall’arabo šarra e insieme letterario che significa rissa, «conflictus tra la vita e la morte».
 “io infuoco la posta / in questo gioco che mi/ strazia / e punto forte sulla carta”
Impasto verbale di lingua italiana, dunque, e dialetto siciliano, a tratti duro, per scardinare il conformismo dell'Italia degli anni Settanta e la mancanza di senso. Insana dice che la parola è voce della carne e la poesia è medicina carnale, così dai dettagli di un particolare stonato, “picciùsu”, cerca di far sprigionare un senso che vada al di là della superficie, una grande occasione di vedere il male e di non arrenderci a esso. Per questo Raboni, ha potuto parlare della «concretezza visionaria» di una voce che, prendendo le distanze dalla massa, riesce a cogliere le storture dell’esistenza e denunciarle. Da questo punto di vista il plurilinguismo di Jolanda Insana e i testi delle sue raccolte poetiche, caratterizzati da un vero e proprio “bombardamento” lessicale con termini letterari, insieme a voci dialettali e neologismi, hanno una cifra inconfondibile che si riconosce non solo nella concretezza ma anche nella continuità con la tradizione, che la spinge in direzione della nostra povera, martoriata, meravigliosa lingua italiana. La ricerca poetica di Jolanda Insana è lazzariata dall’esperienza nella sua infanzia della seconda guerra mondiale, dai bombardamenti delle forze alleate e dalla miseria.
Del resto caratteristica dell’autrice è la capacità di far risorgere; in questa forza risiede la specificità della letteratura, per noi, esperienze lontane e concluse, così nel componimento Il bombardamento: «non c’è cautela che basti contro la paura/ a tre anni quando si apre la prima voragine/ e sotto i bombardamenti si perde terra e acqua/ temo però che quello non fu l’ultimo avviso/ mandato dal padrone// nessuno conoscerà che male fu/ avere offeso l’udito.» Poesia sperimentale, dunque, impegnata nei contenuti e non, di quelle che nelle strutture espressive e nella “lingua ‘strana’, eppure così familiare ai siciliani, sa incidere sulla realtà concreta, attraverso un instancabile labor limae nel quale lo studio dei classici latini e greci ha svolto un ruolo di primaria importanza. Ecco la novità: il suo linguaggio poetico deve molto al pensiero greco, ellenistico e al romanesimo, al costante e vario vaglio filologico su testi di Euripide, Alceo, Anacreonte, Ipponatte, Callimaco, Plauto, Lucrezio, Marziale fino ad Andrea Cappellano. Così la sua ricerca, lungi dal costituire il momento culminante di un’unica vittoriosa tradizione, rappresenta l’aperto crocevia da cui non possono non transitare i filoni più avanzati della ricerca poetica del nostro secolo. Cosa ci dice tutto questo? Che è cambiato radicalmente il nostro modo di dare significato alla vita rispetto al passato, non c’è un senso già dato e comune per tutti, il significato della vita va invece costruito, da ciascuno in modo diverso. Per lei era importante la parola a tratti aggressiva sulla soglia dell’ambiguità scorticata da un continuo allarme e frana del senso. “Sono fortunato/ se riesco a muovere la mandibola in avanti”, si confessa la Voce mentre prova se stessa in ogni ampiezza e falsetto, incrociando la crescente fragilità con la malattia da cui è avvolta ogni altra apparenza fuori da sé, natura o nazione o mondo. A cominciare dai “vecchi padri/ incarogniti e ubriachi di viagra”, o dalle “fragole giganti/ alberi metà pino e metà abete nati dopo Cernobyl”. È chiaro che simili sperimentazioni come musiche strimpellate o termini danteschi, cuticagna o incantamento, o ancora colpanza, fallenza, oblianza, perdenzia, assieme alla creazione di verbi parasintetici a prefisso in-, in-, ancora una volta di ispirazione dantesca (impoesiarsi, inserpentarsi), disorientano il lettore perché rendono problematico qualsiasi tentativo di traduzione, ma il linguaggio di Jolanda Insana contaminato da un dialetto a tratti duro dirompe e richiama l’espressionismo dantesco tra  antinomie, giochi di parole, balbettii e borbottii, onomatopee, deformazioni verbali che dolorosamente e provocatoriamente ruggiscono come fendenti fonici dentro le viscere della lingua che sconvolge e non si piega. Eppure i ricordi sono compresi solo attraverso simili “resurrezioni”, emozioni materiche che ne La tagliola dell’amore sostituiscono la spietatezza dello sguardo a una certa elegiaca apertura che indugia nella tensione quasi biologica del sentimento. “Oggi posso fare qualcosa io che sono vinta/ e non voglio rivincite e sacrifici”.
Visionaria della ribellione e dello sdegno, voce selvaggia in grado di interpretare la lotta umana e di ammonire chi opprime e soffoca ogni moto di carità e solidarietà, Jolanda fu eretica e mistica, voce coerente nella dicotomia tra corpo e spirito “non lo amo ma non è una ragione per distruggerlo/ questo mio corpo incoerente mai sazio né beato/ e dunque lo allevo e lo tutelo come madre/ e lo rattoppo e strappo alle grinfie della figlia”.
 Un “impasto personalissimo di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale” in cui la Sicilia affiora costantemente come il biancomangiare e nessuno come Jolanda Insana ha saputo dare voce alla saggezza amara della Sicilia attraverso l’evocazione della madre ne La tagliola del disamore (2005).
Nata nel 1937, originaria di Monforte, laureata in Lettere classiche a Messina con una tesi sull’opera in frammenti di Erinna (una poetessa greca amica di Saffo), trasferitasi nel 1968 a Roma, l’Insana è stata, oltre che studiosa, anche insegnante che odiava adulazione e servilismo con una profondità fortemente sapienziale, priva di mediazioni, che non sarebbe dispiaciuta a Rimbaud o a Campana. Certo, gli apprezzamenti non le sono mancati, infatti nel 2002 per La Stortura le è stato anche assegnato il premio Viareggio. Cospicua dunque la produzione di Jolanda Insana, dagli esordi di Sciarra amara (1977) e Fendenti fonici (1982) si arriva a La stortura (2002), libro fondamentale per l’espressione poetica femminile, oggi un universo rispetto al quale la critica fatica, per molti aspetti, a posizionarsi. È un dato obiettivo, per esempio, che il numero delle poetesse sia di gran lunga inferiore a quello degli uomini, fatto che si spiega facilmente con la condizione di esclusione nei confronti della cultura a cui le donne siano state condannate per secoli. Infatti mai come in quest’opera si è posto l’accento sull’immensa difficoltà incontrata dalla parola nel pronunciare: «non c’è altra parola che la semplice parola/ ma s’infinse di non sentire/ e mi lasciò con le braccia aperte/ credendosi il padrone che s’abbuffa di libertà/ e sputa servi incatenati/ sono qui e non sono ammutolita e sciacquo il tempo/ per acquistare tempo/ commisurando le proposte sgradevoli/ all’incanto sottile delle sete» (p. 361); e ancora: «non ho accesso alla parola/ e quando con fatica dico fame/ faccio vento e non posso masticare// è un’ossessione la bocca/ poi che si mangia i denti e fa sputazza» (p. 418). La terra, e cioè l’umanità, ha bisogno di individuare valori solidi che diano un fondamento, anche di tipo religioso, alla vita, agli uomini e al loro bisogno di significato. Ma dal cielo non viene nessuna parola che soddisfi tale bisogno. L’uomo resta nella solitudine tragica della sua condizione, caratterizzata, nel contempo, dal bisogno di significati certi e dall’impossibilità di una risposta a questa esigenza. Questo bisogno di dire la realtà e questo senso di esilio si avvicinano in una ricerca che non ammette consolazioni, come ricorda la stessa Jolanda Insana:
«Forse è vero che quanto più si vive la mancanza di qualcosa tanto più si diventa onnivori, quanto più si sa tanto più si sa di non sapere, quanto più si sta in esilio si brama di un rimpatrio, e dunque quanto più si avverte l'inadeguatezza dei linguaggi tanto più ossessiva si fa la ricerca di tutti i possibili linguaggi per dare voce al pensiero, all'emozione, alla verità della vita, alla sua parte oscura, alla sua parte luminosa.»
Messina negli ultimi anni l’aveva conosciuta. Ma “dominnidìu su Jolanda non si è scritto ancora troppo per la verità.
Maria Allo

Poesie tratte “Jolanda Insana – Tutte le poesie (1977-2006)”

Camoliato madapolàm

1
la vita e la morte allato vano
transeunti per lo stesso porticato
comincia dolcechiaro finisce amaroscuro

2
non toccare la berretta al tignoso
non tutto è fatto per parere
bello
se sputi all’aria
è meglio che tu cammini
con l’ombrello

3
fuggire è vergogna
ma anche salvamento
vita con vita non si mangia
guai al minchione che non ha
potere
potendo il poco basta
carne cotta e cruda
l’assai soverchia
e troppe grazie a santantònio

4
quanto fiato perde
chi andando per la vita
chiama la morte e dice
accuccia-accuccia

5
i piedi reggono esattamente
quanto ioho
lèvati
non mi fare il solletico

6
ma chi comanda qua
mannàggia
non sono padrona
di niente
maco gli occhi per piangere

7
com’è camoliato
il madapolàm della vita
lo sa la falsabrigante
e nulla può naftalina

8
vita bella e affatturata
non avea catene al collo
né debito di coscienza
dopo la sua porcapedata
non sa più spendersi
con chi le pare e piace

9
meschina vita
si difende a mozziconi
chi muore riempie la sua fossa

per quanta vita sali
tanta ne discendi

Prof.ssa Maria Allo


Fonti

1.         Jolanda Insana, Tutte le poesie 1977-2006, Garzanti, Milano 2007.
2.         Carmen Micalizzi, “L’italiano regionale della Sicilia” Tesi di Laurea - A.A. 2002-2003
3.         Maria Antonietta Grignani, Il martòrio e altro, in Dario Tomasello, Nessuno torna alla sua dimora, Messina, Sicania, 2009, pp. 33-53.
4.         Ambra Zorat, La poesia femminile italiana dagli anni Settanta a oggi. Percorsi di analisi testuale,
            Tesi      di dottorato, Université Paris IV Sorbonne – Università degli Studi di Trieste, 2009.
5.         Jolanda Insana, Turbativa d'incanto, Garzanti Libri. Collana: Collezione di poesia, Milano 2012
6.         Itinerari siciliani  a cura della Biblioteca Regionale Universitaria di Messina  
7.         La letteratura e noi di Romano Luperini ed. Palumbo , Dal Novecento a oggi  “La voce delle


             donne”