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mercoledì 16 maggio 2007

Laboratorio di scrittura creativa


Alla classe I E

Per lunedi 21/05/2007

Provate ad immaginare come possono continuare le diverse storie che ho inserito per voi
(clic su Bibliolab )uno dei racconti lo conoscete già.
Postate il lavoro. A presto!

7 commenti:

Giada ha detto...

LA FIGURA DEL CAMALEONTE

In una vecchia città di Torino, Maria frequenta il primo liceo scientifico.
E' una studentessa non troppo "modello". Studia ma non troppo. Ciò che la rende felice è comprare vestiti e leggere riviste di moda, ma la vita non è una copertina patinata luccicante; per concretizzare questa ha bisogno di sacrificio e costanza. Ma Maria non ha alcuna costanza per ciò che studia.
Sa che è in bilico, che i suoi voti salgono poco e scendono molto. Tutti l'avvertono che sta per perdere un anno: il suo primo anno di liceo.
Colpita dalla tragicità dei fatti, dalla sua debolezza di fronte alle prime difficoltà della vita, Maria decide di reagire. Libera la sua testa dal cappello che le mimetizza il volto, che è quasi uno scudo per proteggersi dagli attacchi della gente; così sembra che il primo compito in classe sia andato bene. Arriva la valutazione del secondo ed anche qui pare che lo studio continui a essere presente nelle giornate della giovane studentessa.
Siamo ad un mese dalle fine della scuola, tutti i compagni di Maria cominciano ad assaporare quel piccolo scorcio di estate che inizia ad entrare dalle finestre della scuola; ma lei è li che pensa ai nuovi arrivi della collezione primavera-estate del suo negozio preferito, ai costumi e alle infradito, insomma a piccoli acquisti che la fanno stare bene. Così il giorno prima dell'interrogazione decisiva di matematica si arrende. La voglia di farcela non riesce a contrastare la smania di uscire a comprare qualcosa di nuovo.
L'indomani mattina l'interrogazione di matematica non può non andare male.
Tutta la fiducia della prof. di matematica viene delusa per un vestito nuovo.
Maria si sente inerme e in preda ad un profondo rimorso. Così prende dallo zaino il suo cappello, il suo pass.partout per un mondo da sconfitta.
Torna a casa e comunica a tutti il suo fallimento. La ragazza studiosa e preparata è stato soltanto un brevissimo miraggio.
Rimane alcuni giorni chiusa in camera in attesa del "verdetto" finale. I voti saranno esposti presto e la sua rassegnazione si sedimentava sempre più.
Squilla il telefono si sente un urlo sordo, un atto liberatorio per la giovane Maria.
Ebbene si, allora, è vero, ogni tanto l'ultima battaglia persa non fa perdere l'intera guerra.

Maria Allo ha detto...

Salve Giada,
Il racconto risulta completo di esposizione,esordio , peripezie, Spannung e scioglimento. Dovresti, però, spiegare perchè la protagonista
richiama la figura del camaleonte, perchè risulta essere un'opportunista?
Ciao a domani!

...Mery... ha detto...

Il mantello
Dopo interminabile attesa quando la speranza già cominciava a morire, io ritornai alla mia casa.
Non erano ancora suonate le due, mia mamma stava sparecchiando, era una giornata grigia di marzo e volavano cornacchie. Io comparvi sulla soglia e mamma gridò: “oh benedetto!”correndo ad abbracciarmi. Anche Anna e Pietro, miei due fratellini molto più giovani si misero a gridare di gioia.
Ecco il momento aspettato per mesi e mesi, così spesso balenato nei dolci sogni dell’alba, che doveva riportare la felicità.
Io non aprii bocca e stavo quasi per piangere. Ho deposto la pesante sciabola su una sedia, in testa portavo ancora il berretto di pelo.
“Lasciati vedere”diceva mia madre piangendo e allontanandosi da me “lasciati vedere, quanto sei bello. Però sei pallido, sei”.
Ero un po’ pallido, ma non esageratamente come mi descriveva mia madre. Mi tolsi il berretto, avanzai in mezzo alla stanza, mi sedetti.
Che stanco, che stanco, perfino a sorridere facevo fatica.
“Ma togliti il mantello creatura” disse mamma, e mi guardava come se non mi riconoscesse perché ero diventato: alto, bello, fiero(anche se un po’ troppo pallido) “togliti il mantello, dammelo qui, non senti che caldo?”.
Io ebbi un brusco movimento di difesa, istintivo, serrandomi addosso il mantello, per timore che me lo strappassero via.
“No, no, lasciami”risposi con tono forte “preferisco di no, tanto tra poco devo uscire”.
“Devi uscire?, torni dopo due anni e vuoi subito uscire?”fece lei desolata, vedendo subito ricominciare, dopo tanta gioia, l’eterna pena delle madri. “Devi uscire subito?e non mangi qualcosa?”
“Ho già mangiato mamma” risposi io con un sorriso buono e timido,mi guardai attorno assaporando le amate penombre “ci siamo fermati in un’osteria qualche chilometro da qui”
“Ah non sei venuto solo?e chi c’era con te?un tuo compagno di reggimento?il figlio della Mena forse?”
“No,no,era uno incontrato per via. È fuori che aspetta adesso”
“E’ li che aspetta?e perché non l’hai fatto entrare?l’hai lasciato in mezzo alla strada?”
Andò alla finestra e attraverso l’orto, di la del cancello di legno, scorse sulla via una figura che camminava su e giù lentamente; era tutta intabarrata e dava sensazione di nero. Allora nell’animo di lei nacque, incomprensibile, in mezzo ai turbini della grandissima gioia, una pena misteriosa e acuta.
“E’ meglio di no”, risposi io, reciso “per lui sarebbe una seccatura, è un tipo così”.
“Ma un bicchiere di vino? Glielo posiamo portare, no, un bicchiere di vino?”
“Meglio di no mamma. E’ un tipo curioso, è capace di andare sulle furie”
“Ma chi è allora? Perché ti ci sei messo insieme? Che cosa vuole da te?”
“Bene non lo conosco” dissi io con un filo di voce “L’ho invitato durante il viaggio. È venuto con me ecco”.
Avrei preferito cambiare argomento perché non avrei saputo affrontare le altre domande che la mamma mi avrebbe fatto. E mamma per non contrariarmi, cambiò immediatamente discorso, ma già si spegneva nel suo volto amabile la luce di prima.
“Senti” disse “ti figuri la Marietta quando saprà che sei tornato? Te l’immagini che salti di gioia? E’ per lei che volevi uscire?”
Io sorrisi soltanto, sempre con quella espressione di chi vorrebbe essere lieto oppure non può, per qualche segreto peso.
Mia mamma non riusciva a capire: perché me ne stavo seduto, quasi triste, come il giorno lontano dalla partenza.
Ormai ero tornato, una vita nuova davanti, un’infinità di giorni disponibili senza pensieri, tante belle serate insieme, una fila inesauribile che si perdeva al di là delle montagne, nelle immensità degli anni futuri.
Non più le notti d’angoscia quando all’orizzonte spuntavano bagliori di fuoco e si poteva pensare che anche io fossi la in mezzo, disteso immobile a terra, il petto trapassato, tra le sanguinose renne.
Ero tornato, finalmente, più grande, più bello, e che gioia per la Marietta.
Tra poco cominciava la primavera, ci saremmo sposati in chiesa, una domenica mattina, tra suono di campane e fiori.
Perché dunque me ne stavo smorto e distratto, non ridevo di più, perché non raccontavo le battaglie?E il mantello? Perché me lo tenevo stretto, addosso, col caldo che faceva in casa? Forse perché sotto, l’uniforme era rotta e infangata? Ma la cosa che mi turbava di più è che non riuscivo a parlare con la mamma, la persona a cui raccontavo sempre tutto. Le pene sembravano finite, ecco invece subito una nuova inquietudine.
Il dolce viso piegato un po’ da una parte, mi fissava con ansia, attenta a non contrariarmi e a capire subito tutti i miei desideri.
Sembravo forse ammalato? O semplicemente sfinito dai troppi strapazzi? Perché non parlavo, perché non la guardavo nemmeno? Cosa mi stava succedendo?
Io la guardavo con uno sguardo timido,come se fosse una persona che non conoscevo.
E intanto i due piccoli fratellini mi contemplavano muti con un curioso imbarazzo.
“Giovanni”, mormorò lei non trattenendosi più. “Sei qui finalmente,sei qui finalmente! Aspetta adesso che ti faccio il caffè.”
Si affrettò alla cucina. E io rimasi con i miei fratellini tanto più giovani di me. Non ci saremmo neppure riconosciuti se ci fossimo incontrati per strada, che cambiamento nello spazio di due anni.
Ora parlavamo, ma non come normali fratelli, perché anche con loro avevo quel distacco che avevo con la mamma.
Ed ecco tornare la mamma, ecco il caffè fumante con una bella fetta di torta.
Io finii di bere il caffè in fretta e mangiai la torta con disprezzo. “ Perché? Non ti piace più? Una volta era la tua passione!” avrebbe voluto domandarmi la mamma, ma tacque per non importunarmi.
“Giovanni” mi rispose invece “Non vuoi rivedere la tua camera? C’è il letto nuovo sai? Ho fatto imbiancare i muri, una lampada nuova, vieni a vedere…ma il mantello non te lo levi dunque?...non senti che caldo?”
Io non risposi ma mi alzai dalla sedia movendo alla stanza vicina. I miei gesti avevano una specie di pesante lentezza, come se io non avessi avuto ventenni.
Mia mamma era corsa avanti a spalancare le imposte(ma entrò soltanto una luce grigia, priva di qualsiasi allegrezza). “che bello” feci io con fioco entusiasmo, come fui sulla soglia, alla vista dei mobili nuovi, delle tendine immacolate, dei muri bianchi, tutto quanto fresco e pulito.
Ma, chinandosi mia mamma ad aggiustare la coperta del letto, anch’essa nuova fiammante, io posai lo sguardo su quello di mia madre, perché solo io potevo capire cosa stesse provando lei in questo momento. Anna e Pietro infatti stavano dietro di me, i faccini raggianti, aspettandosi una grande scena di letizia e sorpresa.
Invece niente. “Com’è bello! Grazie, sai?mamma.”ripetei io, guardandomi attorno come se mi fossi perso.
Ma soprattutto,ogni tanto, guardavo con evidente preoccupazione attraverso la finestra, il cancelletto di legno verde dietro il quale una figura andava su e giù lentamente. “Sei contento?Sei contento?”chiese mia madre impaziente di vedermi felice.
“Oh si, è proprio bello”risposi io continuando a sorridere con grandissimo sforzo.
“Giovanni che cos’hai? Tu mi tieni nascosto qualcosa, perché non vuoi parlare?”
Io mi morsi un labbro, sembrava che qualcosa mi ingorgasse la gola. “Mamma”risposi dopo un po’ con voce opaca “Mamma,adesso devo io devo andare”.
“Devi andare?Ma torni subito,no?Vai dalla Marietta vero?Dimmi la verità vai dalla Marietta?”, e cercavo di rispondergli sorridendo, anche se non ci riuscivo.
“Non so mamma”risposi io sempre con quel tono contenuto ed amaro;mi avviavo intanto alla porta, avevo già ripreso il berretto di pelo. “Non so, ma adesso devo andare, c’è quello là che mi aspetta.”
“Ma torni più tardi?Torni?Tra due ore sei qui vero?Farò venire anche zio Giulio e la zia,figurati che festa anche per loro,cerca di arrivare un po’ prima per pranzo...”
“Mamma”ripetei io,come se non la volessi più sentire parlare “Devo andare adesso,c’è quello là che mi aspetta, è stato fin troppo paziente.”Poi la fissai con sguardo da cavar l’anima.
Mi avvicinai alla porta, i miei fratellini, ancora festosi mi si strinsero addosso e Pietro sollevò un lembo del mantello per sapere come io fossi vestito di sotto.
“Pietro, Pietro! Su che cosa fai? Lascia stare, Pietro!” gridò mamma, temendo che io mi arrabbiassi.
“No, no!” esclamai io, accorgendomi del gesto del ragazzo. Ma ormai troppo tardi. I due lembi di panno azzurro si erano dischiusi in un istante.
“Oh Giovanni, creatura mia, che cosa ti hanno fatto?” balbettò mia madre, prendendosi il volto tra le mani. “Giovanni, ma questo è sangue!”
“Devo andare, mamma”ripetei io per la seconda volta con rabbia. “L’ho già fatto aspettare abbastanza. Ciao Anna, ciao Pietro, addio mamma.”
Ero già alla porta. Uscii come un fulmine a celo sereno. Attraversai l’orto quasi di corsa, aprii il cancelletto, due cavalli partirono al galoppo, sotto il cielo illuminato dal sole, non già verso il paese, no, ma attraverso le praterie, su verso il Nord, in direzione delle montagne.
Galoppavamo, galoppavamo.
E allora mia madre finalmente capì, un vuoto immenso, che mai e poi mai i secoli sarebbero bastati a colmare, si aprì nel suo cuore. Capì la storia del mantello, la mia tristezza e soprattutto chi fosse il misterioso individuo che passeggiava su e giù per la strada, in attesa, chi fosse quel sinistro personaggio fin troppo paziente.
Così misericordioso e paziente da accompagnarmi alla vecchia casa (prima di condurmi via per sempre), affinchè potessi salutare mia madre; da aspettare parecchi minuti fuori dal cancello, in piedi, lui signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.

abc_melo ha detto...

 Una goccia 

Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolta il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità, e alla fine fanno un piccolo schiocco, ben noto in tutto il mondo. Questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale lettera E dello sterminato casamento. Non sono stati loro, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnarla. Bensì una servetta del primo piano, squallida piccola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Dopo un po’ non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona. << Signora >> sussurrò << signora!>> << Cosa c’è? >> fece la padrona riscuotendosi. << Cosa succede?>> << C’è una goccia, signora, una goccia che viene su per le scale!>> << Che cosa? >> chiese l’altra sbalordita. << Una goccia che sale i gradini ! >> ripetè la servetta, e quasi si metteva a piangere. << Va, va >> imprecò la padrona << sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto, vergognosa. E’ un pezzo che al mattino manca il vino nella bottiglia! Brutta sporca, se credi… >> Ma la ragazzetta era fuggita già rincattucciata sotto le coperte. “ Chissà che cosa le sarà mai saltato in mente, a quella stupida” pensava poi la padrona, in silenzio, avendo ormai perso il sonno. Ed ascoltando involontariamente la notte che dominava sul mondo anche lei udì il curioso rumore. Una goccia saliva le scale, positivamente. Gelosa dell’ordine, per un istante la signora pensò di uscire a vedere. Ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? Come rintracciare una gocci in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose? Nei giorni successivi, di famiglia in famiglia, la voce si sparse lentamente e adesso tutti lo sanno nella casa, anche se preferiscono non parlarne, come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. Ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la notte e scesa a opprimere il genere umano. E chi pensa una cosa, chi a un’altra. Certe notti la goccia tace. Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. Battono i cuori allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. Meno male, non si è fermata. Eccola che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra. Sa di positivo che gli inquilini dell’ammezzato pensano di essere ormai al sicuro. La goccia – essi credono – è già passata davanti alla loro porta, né avrà più occasione di disturbarli; altri, ad esempio lui che sta al sesto piano, hanno adesso motivi di inquietudine, non più loro. Ma chi gli dice che nelle prossime notti la goccia riprenderà il cammino dal punto dove era giunta l’ultima volta, o piuttosto non ricomincerà da capo, iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi sempre, ed oscuri di abbandonate immondizie? No, neppure loro possono ritenersi sicuri. Al mattino uscendo di casa, si guarda attentamente se mai sia rimasta qualche traccia. Niente, come era prevedibile, non la più piccola impronta. Al mattino del resto chi prende più questa storia sul serio? Al sole del mattino l’uomo è forte, è un leone, anche se poche ore prima sbigottiva. O che quelli dell’ammezzato abbiano ragione? Loro del resto, che prima non sentivano niente e si tenevano esenti, da alcune notti pure loro odono qualcosa. La goccia è ancora lontana, è vero. A loro arriva solo un ticchettio leggerissimo, flebile eco attraverso i muri. Tuttavia è segno che essa sta salendo e si fa sempre più vicina. Anche il dormire in una camera interna, lontana dalla tromba delle scale, non serve. Meglio sentirlo, il rumore, piuttosto che passare le notti nel dubbio se ci sia o meno. Chi abita in quelle camere riposte talora non riesce a resistere, sguscia in silenzio nei corridoi e se ne sta in anticamera al gelo, dietro la porta, col respiro sospeso, ascoltando. Se la sente, non osa più allontanarsi, schiavo di indecifrabili paure. Peggio ancora però se tutto è tranquillo : in questo caso come escludere che, appena tornati a caricarsi, proprio allora non cominci il rumore? Che strana vita, dunque. E non poter far reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. E non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: - domandano con esasperante buona fede – un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso una allegoria? Si vorrebbe, così per dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? O gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiare e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente. Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeranno? Ma no, dice, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahilui proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.

In collaborazione con Charlie Grioli

stefano ha detto...

Il mantello

Dopo interminabile attesa quando la speranza già comincia a morire, io ritornai a casa. Non erano suonate le due che mia mamma stava sparecchiando, era una giornata grigia di marzo e volavano cornacchie.
Io comparvi improvvisamente sulla soglia e mia mamma gridò: “Oh benedetto” correndo ad abbracciarmi. Anche Anna e Pietro, i miei due fratellini molto più giovani, si misero a gridare di gioia. Ecco il momento aspettato per mesi e mesi, cosi spesso balenato nei dolci sogni dell'alba, che doveva riportare la felicità. Io non dissi quasi parola, troppa fatica mi costava trattenere il pianto. Avevo subito deposto la pesante sciabola, su una sedia, in testa portavo ancora il berretto di pelo”lasciati vedere”disse mia madre, piangendo ”Lasciati vedere quanto sei pallido, sei” aveva ragione ero molto stanco e pallido. Mi tolgo il berretto, avanzai in mezzo alla stanza mi sedetti. Che stanco, che stanco perfino a sorridere facevo fatica.
“Ma togliti il mantello creatura” disse mia mamma e mi guardava come un prodigio, sul punto d’esserne intimidita, ero diventato alto, bello, fiero” Togliti il mantello, dammelo, qui non senti che caldo?” io ebbi un brusco movimento di difesa, istintivo serrandomi addosso il mantello per timore forse che melo strappassero vai”No,no lasciami”risposi” preferisco di no, tanto tra poco devo uscire… .”
“Devi uscire? Torni dopo due anni e vuoi subito uscire?” fece mia madre sapendo che doveva veder ritornar le pene che già aveva passato.”devi uscire subito? E non mangi qualcosa?.”
“Ho già mangiato mamma” risposi io con un sorisino buono e mi guardavo attorno assaporando le amate penombre”Ci siamo fermati a mangiare a un’osteria, qualche chilometro da qui …” “Ah non sei venuto da solo? E chi c’era con te? Un tuo compagno di reggimento? Il figliolo della Mena forse?” “No,no era uno incontrato per via. E’ fuori che aspetta adesso.” “E’ li che aspetta? E perché non l’hai fatto entrare? L’hai lasciato in mezzo alla strada?” Andò alla finestra e attraverso l’orto di là del cancelletto di legno, scorse sulla via una figura che camminava su e giù lentamente; era tutto imbrattato dava sensazione di nero. Allora nell’animo di mia madre nacque, incomprensione, in mezzo ai turbini della grandissima gioia, una pena misteriosa ed acuta. “E’ meglio di no” risposi io, reciso:”Per lui sarebbe una seccatura, è un tipo così.”
“Ma un bicchiere di vino? Glielo possiamo, portare no, un bicchiere di vino?”
“Meglio di no, mamma: E’ un tipo curioso, è capace di andare su tutte le furie”
“Ma chi è allora? Perché ti ci sei messo insieme? Che cosa vuole da te?”
“Bene non lo conosco” dissi io lentamente e assai grave.”l’ho incontrato durante il viaggio. E’ venuto con me, ecco.” a mia madre gli parve che preferivo altro argomento, sembrava che mene vergognassi. E lei, per non contrariarmi, cambio immediatamente discorso, ma già si spegneva nel suo volto amabile la luce di prima. “Senti” disse “ ti figuri la Marietta quando saprà che sei tornato? Te l’immagini che salti di gioia? E’ per lei che volevi uscire”? Io sorrisi soltanto, sempre con quell’espressione di chi avrebbe essere lieto eppure non può, per qualche segreto peso. Mia mamma non riusciva a capire: perchè mene stavo seduto, quasi triste, come il giorno lontano della partenza? Ormai ero tornato, una vita nuova davanti, un’infinitò di giorni disponobili senza pensieri, tante belle sere insieme, una fila inesauribbile che si perdeva di là delle montagne, nell’immensità degli anni futuri. Non più notti d’angoscia quando all’orizzonte spuntavano bagliori di fuoco e si poteva pensare che anche io fossi la in mezzo, disteso immobile a terra, morto. Ero tornato finalmente più grande, più bello e che gioia per la Marietta. Tra poco cominciava la primavera, ci saremmo sposati in chiesa una domenica mattina, tra suono di campane e fiori. Perché allora mene stava smorto e distratto, non ridevo di più, perché non raccontavo le battaglie? E il mantello? Perchè me lo teneva stretto addosso, col caldo che faceva in casa? Forse perché l’uniforme era rotta e infangata? Ma con la mamma come poteva vergognarsi di fronte alla mamma? Le pene sembravano finite, ecco invece subito una nuova inquietudine.
Il dolce viso piegato un po’ da una parte mi fissava con ansia attenta a non contrariami e a capire tutti i miei desideri. Pensava: che ero ammalato? O semplicemente sfinito dai troppi strapazzi? Perché non parlava e non mi guardava nemmeno?
In realtà, io non la guardavo, io evitavo di incontrare i suoi sguardi come se ne temessi qualcosa. E in tanto i due piccoli mi contemplavano muti, con un curioso imbarazzo. “Giovanni” mormorò mia mamma non trattenendosi più” Sei qui finalmente, sei qui finalmente! Aspetta adesso ti faccio un caffé.” Si affretto in cucina. E io rimasi coi due fratellini. Non ci saremmo neppure riconosciuti se ci saremmo incontrati per la strada che cambiamento nel corso di due anni. Ora ci guardavamo a vicenda in silenzio, senza trovare le parole, ma ogni tanto sorridevamo insieme, tutti e tre quasi per un antico patto non dimenticato.
Ed ecco tornata mia mamma, ecco il caffé fumante con una bella fetta di torta.
Io vuotai d’un fiato la tazza, masticai la torta con fatica. “Perché non ti piace? Non ti piace più? Una volta era la tua passione!” mia avrebbe voluto domandarmi mia mamma, ma tacque per non importunarmi. “ Giovanni” gli propose invece” non vuoi vedere la tua camera? C’è il letto nuovo sai? Ho fatto imbiancare le pareti, una lampada nuova vieni a vedere … ma il mantello non telo levi dunque?… non senti che caldo?” Io non gli risposi mi alzai dalla sedia movendo alla stanza vicina. I miei gesti avevano una specie di pesante lentezza come se io non avessi venti anni Mia mamma era corsa avanti a spalancare le imposte ( ma entrò soltanto una luce grigia, priva di qualsiasi allegrezza). “Che bello” feci io con un fico entusiasmo, come soglia alla vista dei mobili nuovi, delle tendine immacolate, dei muri bianchi, tutto quanto fresco e pulito. Ma chinandosi mia mamma ad aggiustare le coperte del letto, anch’essa nuova fiammante, io posai lo sguardo sulle sue gracili spalle, sguardo di inesprimibile tristezza e che nessuno poteva vedere. Anna e Pietro infatti stavano dietro di me, i faccini raggianti, aspettavano una grande scena di letizia e sorpresa.
Invece niente” Com’è bello! Grazie sai? Mamma” ripetei io e fu tutto. Muovendo gli occhi con inquietudine, come chi ha desiderato chiudere un colloquio penoso, ogni tanto guardavo, con evidente preoccupazione, attraverso la finestra il cancelletto di legno verde dietro il quale una figura andava su e giù lentamente.
“Sei contento, Giovanni? Sei contento?” chiese mia mamma impaziente di vedermi felice ”Oh, si è proprio bello” risposi io mia madre si chiedeva come mai io non mi levavo il mantello e perché sorridevo con grandissimo sforzo. “ Giovanni” supplico mia mamma ”Che cos’hai? Che cos’hai Giovanni? Tu mi tieni nascosta una cosa perché non vuoi dire?”
IO mi morsi il labbro, sembrava che qualcosa mi ingorgasse la gola” Mamma” risposi io dopo un po’ con voce opaca “ mamma” ridissi”Deve andare.” “Devi andare ma torni subito, no?”Vai da Marietta vero” Dimmi la verità, vai dalla Marietta” cercando di scherzare, pur sentendo la pena. “Non so mamma” risposi io sempre con quel tono contento ed amaro, mi avviavo intanto alla porta avevo gia preso il berretto di pelo “Non so, ma adesso deve andare, c’è quello che mi aspetta”
“Ma torni più tardi? Torni? Tra due ore sei qui, vero? Farò venire zio Giulio e la zia, figurati che festa anche per loro, cerca di arrivare un po’ prima di pranzo …” “Mamma” ripetei io come se la scongiurassi di non dire di più, di tacere, per carità, di non aumentare la pena.
“Devo andare ,adesso, c’è quello là che mi aspetta, è stato fin troppo paziente.” Poi la fissai con uno sguardo da cavar l’anima.
Mi avvicinai alla porta, i fratellini, ancora festosi, mi si strinsero addosso e Pietro sollevò un lembo del mantello per sapere come fossi vestito di sotto. “Pietro, Pietro! Su, che cosa fai? Lascia stare, Pietro!” gridò mia mamma, temendo che io mi arrabbiassi.
“No,no!” esclamai io, ormai accorto del gesto del ragazzo. Ma ormai era troppo tardi. I due lembi di panno azzurro si erano dischiusi un istante.
“Ho, Giovanni, creatura mia, che cosa ti han fatto?” balbetto mia madre, prendendosi il volto tra le mani. “Giovanni, ma questo è sangue!”
“Devo andare, mamma” ripetei io per la seconda volta, con disperata fermezza. “L’ho già fatto aspettare abbastanza. Ciao Anna, ciao Pietro, addio mamma.”
Ero già alla porta. Uscii come portato dal vento. Attraversai l’orto quasi di corsa, aprii il cancelletto, due cavalli partirono al galoppo, sotto il cielo grigio,non già verso il paese, no, ma verso le montagne. Galoppavano, galoppavano. E allora mia madre finalmente capì, un vuoto immenso, che mai e poi mai i secoli sarebbero bastati a colmare, si aprì nel suo cuore. Capì la storia del mantello, la mia tristezza e soprattutto chi fosse il misterioso individuo che passeggiava su e giù per la strada, in attesa, chi fosse quel sinistro personaggio fin troppo paziente.
Cosi misericordioso e paziente da accompagnarmi a casa( prima di condurmi via per sempre), affinché potessi salutare lei; da aspettare parecchi minuti fuori dal cancello, in piedi, lui signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.

Da Stefano Conti Nibali e Sciuto Giovanni

Saverio ha detto...

Ecco il lavoro fatto da me e Marco:

Il Mantello

Dopo un’interminabile attesa, quando la mia speranza cominciava a morire, ritornai a casa.
Non erano ancora suonate le due e mia madre stava sparecchiando, era una giornata grigia di marzo e volavano le cornacchie.
Comparvi improvvisamente sulla porta e mia madre gridò: “Oh benedetto!” correndo ad abbracciarmi. Anche Anna e Pietro, i miei due fratellini molto più giovani, si misero a gridare di gioia.
Ecco il momento che aspettavo da mesi e mesi, così spesso balenato nei miei sogni dell’alba, che doveva riportare felicità.
Io non dissi quasi una parola, mi costava troppa fatica trattenere il pianto.
Avevo subito deposto la pesante sciabola su una sedia, avevo però ancora in testa il berretto di pelo. “Lasciati vedere” diceva tra le lacrime mia madre, tirandosi un po’ indietro “Lasciati vedere quanto sei bello. Però sei pallido”
Ero alquanto pallido infatti e come sfinito. Mi tolsi il berretto, avanzai in mezzo alla stanza, mi sedetti.
Che stanco, che stanco, facevo fatica persino a sorridere.
“Ma togliti il mantello, creatura” disse mia madre e mi guardava come un prodigio, sul punto di essere intimidita; com’ero diventato alto, bello, fiero (anche se un po’ troppo pallido). “Togliti il mantello, dammelo qui, non senti che caldo?”
Io ebbi un brusco movimento di difesa istintivo, serrandomi addosso il mantello, per timore forse che me lo strappasse via.
“No, no lasciami” risposi evasivo “Preferisco di no, tanto, tra poco devo uscire…”
“Devi uscire? Torni dopo due anni e vuoi subito uscire?” fece lei desolata, vedendo subito ricominciare, dopo tanta gioia, l’eterna pena delle madri. “devi uscire subito? E non mangi qualcosa?”, “Ho già mangiato, mamma” Risposi con un sorriso buono, e mi guardai attorno assaporando le amate penombre. “Ci siamo fermati a un’osteria, qualche chilometro da qui…”.
“Ah, non sei venuto solo? E chi c’era con te? Un tuo compagno di reggimento? Il figlio della Mena forse?”
“No, no era uno incontrato per via. È fuori che aspetta adesso”, “È lì che aspetta? E perché non l’hai fatto entrare? L’hai lasciato in mezzo alla strada?” Mia madre andò alla finestra e attraverso l’orto, di là del cancelletto di legno, scorse sulla via una figura che camminava su e giù lentamente; era tutta intabarrata e dava sensazione di nero. Allora nell’anima di mia madre nacque, incomprensibile, in mezzo ai turbini della grandissima gioia, una pena misteriosa e acuta.
“È meglio di no” risposi deciso “Per lui sarebbe una seccatura, è un tipo così”, “Ma un bicchiere di vino? Glielo possiamo portare, no, un bicchiere di vino?”, “Meglio di no, mamma. È un tipo curioso, e capace di andar sulle furie”.
“Ma chi è allora? Perchè ti ci sei messo insieme? Che cosa vuole da te?”, “Bene non lo conosco” dissi io lentamente assai grato “L’ho incontrato durante il viaggio. È venuto con me, ecco”.
Sembrava preferissi un altro argomento, sembrava me ne vergognassi. E mia madre per non contrariarmi cambiò immediatamente discorso, ma già si spegneva nel suo volto amabile la luce di prima.
“Senti” disse mia madre “Ti figuri la Marietta quando saprà che sei tornato? Te lo immagini che salti di gioia? E’ per lei che volevi uscire?” Io sorrisi soltanto, con quell’espressione di chi vuol essere lieto eppure non può per qualche segreto peso.
Mia madre non riusciva a capire: perché me ne stavo seduto, quasi triste, come il giorno lontano della partenza? Ormai ero tornato, una nuova vita davanti, un’infinità di giorni disponibili senza pensieri, tante belle serate insieme, una fila inesauribile che si perdeva di là delle montagne, nelle immensità degli anni futuri.
Non più le notti d’angoscia quando all’orizzonte spuntavano bagliori di fuoco e si poteva pensare che anch’io fossi là in mezzo disteso immobile a terra, il petto trapassato tra le sanguinose rovine.
Ero tornato, finalmente, più grande più bello, e che gioia per la Marietta. Tra poco cominciava la primavera, ci saremmo sposati in chiesa una domenica mattina, tra suono di campane e fiori.
Perché dunque me ne stavo smorto e distratto, non ridevo di più, perchè non raccontavo le battaglie? E il mantello? Perché me lo tenevo stretto addosso, col caldo che faceva in casa? Forse perché sotto l’uniforme era rotta e infangata? Ma con la mamma, come potevo vergognarmi di fronte alla mamma? Le pene sembravano finite, ecco invece subito una nuova inquietudine. Il dolce viso piegato un po’ da una parte, mi fissava con ansia, attenta a non contraddirmi, a capire subito i miei desideri. O ero forse ammalato? O semplicemente sfinito da troppi strapazzi? Perché non parlavo, perchè non la guardavo nemmeno? In realtà io non la guardavo, pareva anzi evitassi di incontrare i suoi sguardi come se temessi qualcosa. E in tanto i due piccoli fratellini mi contemplavano muti, con un curioso imbarazzo. “Giovanni” mormorò lei non trattenendosi più. “Sei qui finalmente, sei qui finalmente! Aspetta adesso che ti faccio il caffè.”
Si affrettò alla cucina. E io rimasi coi due fratelli tanto più giovani di me. Non ci saremmo neppure riconosciuti se ci fossimo incontrati per la strada, che cambiamento nello spazio di due anni. Ora ci guardavamo a vicenda in silenzio, senza trovare la parole, ma ogni tanto sorridevamo insieme, tutti e tre, quasi per un antico patto non dimenticato.
Ed ecco tornare la mamma, ecco il caffè fumante con una bella fetta di torta. Io vuotai d’un fiato la tazza, masticai la torta con fatica “Perché? Non ti piace più?una volta era la tua passione!” avrebbe voluto domandarmi la mamma, ma tacque par non importunarmi.
“Giovanni” mi propose invece “E non vuoi rivedere la tua camera? C’è il letto nuovo, sai? Ho fatto imbiancare i muri ,una lampada nuova, vieni a vedere… ma il mantello non te lo levi dunque?... non senti che caldo?”
Io non le risposi ma mi alzai dalla sedia muovendo alla stanza vicina. I miei gesti avevano una specie di pesante lentezza, come se io non avessi vent’anni. La mamma era corsa avanti a spalancare le imposte (ma entrò soltanto una luce grigia, priva di qualsiasi allegrezza).
“Che bello!” feci io con fioco entusiasmo, come fui sulla soglia, alla vista dei mobili nuovi, della tendine immacolate, dei muri bianchi, tutto quanto fresco e pulito. Ma, chinandosi la mamma ad aggiustare la coperta del letto, anch’essa nuova fiammante, posai lo sguardo sulle sue gracili spalle, sguardo di inesprimibile tristezza e che nessuno poteva vedere. Anna e Pietro infatti stavano dietro di me, i faccini raggianti, aspettandosi una grande scena di letizia e sorpresa.
Invece niente. “Com’è bello! Grazie, sai? Mamma” ripetei, e fu tutto. Muovevo gli occhi con inquietudine, come chi ha desiderio di conchiudere un colloquio penoso. Ma soprattutto ogni tanto, guardavo, con evidente preoccupazione attraverso la finestra, il cancelletto di legno verde dietro il quale una figura andava su e giù lentamente.
“Sei contento, Giovanni? Sei contento?” chiese la mamma impaziente di vedermi felice “Oh, si, è proprio bello” risposi io (ma perché mi ostinavo a non togliermi il mantello) e continuavo a sorridere con grandissimo sforzo.
“Giovanni” supplicò mia madre. “Che cos’hai? Che cos’hai, Giovanni? Tu mi tieni nascosta una cosa, perché non vuoi dire?”
Io mi morsi un labbro, sembrava che qualcosa mi ingorgasse la gola. “Mamma” risposi dopo un po’ con voce opaca “Mamma, adesso io devo andare.”
“Devi andare? Ma torni subito, no? Vai dalla Marietta, vero? Dimmi la verità, vai dalla Marietta?” e cercava di scherzare, pur sentendo la pena.
“Non so, mamma” risposi io sempre con quel tono contenuto e amaro; mi avviavo intanto alla porta, avevo già ripreso il berretto di pelo “ non so, ma adesso devo andare, c’è quello là che mi aspetta.”
“Ma torni più tardi? Torni? Tra due ore sei qui, vero? Farò venire anche zio Giulio e la zia, figurati che festa anche per loro, cerca di arrivare un po’ prima di pranzo...”
“Mamma” ripetei, come se la scongiurassi di non dire di più, di tacere, per carità, di non aumentare la pena. “Devo andare, adesso, c’è quello là che mi aspetta, è stato fin troppo paziente.” Poi la fissai con sguardo da cavar l’anima.
Mi avvicinai alla porta, i fratellini, ancora festosi mi si strinsero addosso e Pietro sollevò un lembo del mantello per sapere come fossi vestito di sotto. “Pietro, Pietro! Su, che cosa fai? Lascia stare, Pietro!” gridò la mamma, temendo ch’io mi arrabbiassi.
“No, no!” Esclamai pure io, accortomi del gesto ma ormai troppo tardi. I due lembi di panno azzurro si erano dischiusi un istante.
“O, Giovanni, creatura mia, che cosa ti hanno fatto?” balbettò mia madre, prendendosi il volto tra le mani. “Giovanni, ma questo è sangue!”
“Devo andare, mamma” ripetei io per la seconda volta, con disperata fermezza. “L’ho già fatto aspettare abbastanza. Ciao Anna, ciao Pietro, addio mamma.”
Ero già alla porta. Uscii come portato dal vento. Attraversai l’orto quasi di corsa, aprii il cancelletto, due cavalli partirono al galoppo, sotto il cielo grigio, non già verso il paese, no, ma attraverso le praterie, su verso il nord, in direzione delle montagne. Galoppavano, galoppavano.
E allora la mamma finalmente capì, un vuoto immenso, che mai e poi mai i secoli sarebbero bastati a colmare, si aprì nel suo cuore. Capì la storia del mantello, la mia tristezza e soprattutto chi fosse il misterioso individuo che passeggiava su e giù per la strada, in attesa, chi fosse quel sinistro personaggio fin troppo paziente. Così misericordioso e paziente da accompagnarmi alla vecchia casa (prima di condurmi via per sempre), affinché potessi salutare mia madre; da aspettare parecchi minuti fuori del cancello, in piedi, lui signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.

concetta ha detto...

Il mantello
Dopo infinita attesa quando la speranza già cominciava a spegnersi, mio figlio Giovanni ritornò a casa. Era una giornata grigia di primavera, era passato da poco mezzogiorno e io avevo appena finito di pranzare e stavo per sparecchiare la tavola.
Improvvisamente comparve sulla soglia Giovanni e io gridai: “Grazie a Dio, sei qui!” correndo ad abbracciarlo. Anche Anna e Pietro, i miei figli più piccoli, si misero a saltare di gioia. Finalmente era arrivato il momento che avevo aspettato da parecchi mesi, spesso balenato nei dolci sogni dell’alba, che avrebbe riportato la felicità.
Lui non aprì quasi bocca, come se trattenesse a stento il pianto. Subito posò la pesante sciabola su una sedia, in testa portava ancora il berretto di pelo. “Lasciati vedere” dissi tra le lacrime, tirandomi un po’ indietro “lascia vedere quanto sei bello. Però sei pallido, sei.”
Infatti era molto triste, quasi sfinito. Si levò il cappello, andò in mezzo alla stanza, si sedette. Che fatica, sembrava che si stancasse pure a sorridere.
“Ma togliti il mantello, creatura” dissi, e lo guardai come un prodigio; com’era cresciuto, era diventato alto, bello, fiero (anche se era troppo triste). “Togliti il mantello, dammelo qui, non senti che caldo?”
Giovanni ebbe un brusco movimento di difesa, istintivo, serrandosi addosso il mantello, per paura forse che glielo strappassi via.
“No, no lasciami” mi rispose evasivo “preferisco di no, tanto tra poco devo uscire…”
“Devi uscire? Torni dopo due anni e vuoi subito uscire?” feci io desolata, vedendo subito ricominciare, dopo tanta gioia, l’eterna pena di noi madri. “Devi uscire subito e non mangi qualcosa?”
“Ho già mangiato,mamma” mi rispose mio figlio con un sorriso buono, e si guardava in giro assaporando le amate penombre. “Ci siamo fermati a un’osteria, qualche chilometro da qui…”
“Ah, non sei venuto solo? E chi c’era con te? Un tuo compagno di reggimento? Il figliolo della Mena forse?”
“No, no, era uno incontrato per via. È fuori che aspetta adesso.”
“È lì che aspetta? E perchè non l’hai fatto entrare? L’hai lasciato in mezzo alla strada?”
Andai alla finestra e attraverso l’orto, di là del cancelletto di legno, notai sulla via una figura che camminava su e giù lentamente, era tutta intabarrata e dava sensazione di nero. Allora in me nacque incomprensibilmente un dolore misterioso e profondo.
“È meglio di no” mi rispose Giovanni, reciso. “per lui sarebbe una seccatura, è un tipo così.”
“Ma un bicchiere di vino? Glielo possiamo portare, no, un bicchiere di vino?”
“Meglio di no, mamma. È un tipo curioso, è capace di andar sulle furie.”
“Ma chi è allora? Perchè ti ci sei messo insieme? Che cosa vuole da te?” “Bene non lo conosco” mi disse lui lentamente e assai grave. “l’ho incontrato durante il viaggio. È venuto con me, ecco.”
Pareva che non volesse parlarne, come se si vergognasse. E io, per non contraddirlo, cambiai subito argomento, ma già mi si spegneva la luce che prima mi aveva illuminato il viso.
“Senti”dissi “ti figuri la Marietta quando saprà che sei tornato? Te l’immagini che salti di gioia? È per lei che volevi uscire?”
Lui fece soltanto un piccolo sorriso, sempre con la tristezza stampata sul volto, come chi vorrebbe essere felice e spensierato eppure non può esserlo, per qualche motivo segreto.
Io non capivo: perchè se ne stava in disparte, infelice, come il giorno lontano della partenza? Ormai era qui, aveva una nuova vita da affrontare, moltissimi giorni disponibili spensierati, tante belle sere da trascorrere insieme, una fila interminabile che si perdeva di là delle montagne, nelle immensità degli anni successivi. Non più le sere d’angoscia quando all’orizzonte si vedevano bagliori di fuoco e si poteva pensare che anche lui fosse morto, disteso immobile per terra, il petto trapassato, tra le sanguinose rovine. Era tornato, finalmente, più maturo, più bello, e che gioia per la sua amata Marietta. Si sarebbero sposati in chiesa fra qualche mese, una domenica mattina, tra il suono delle campane e tra i fiori. Allora perchè se ne stava triste e distratto, con un po’ di paura, perchè non raccontava le sue battaglie? E quel mantello? Perchè non se lo toglieva, con il caldo che c’era in casa? Probabilmente perchè aveva l’uniforme strappata e sporca? Ma come poteva vergognarsi davanti a me? Le disgrazie sembravano terminate, subito invece nacque una nuova inquietudine.
Con la faccia piagata da un lato, lo fissavo con ansia, attenta a non contraddirlo, cercando di capire subito tutto ciò che desiderava. O forse stava male? O semplicemente sfinito dai troppi sforzi? Perchè non diceva nulla, perchè neanche mi guardava ? In realtà mio figlio non mi guardava, egli sembrava invece che cercasse di non incontrare i miei sguardi come se ne temesse qualcosa. E intanto i miei figli più piccoli lo contemplavano muti, con curioso imbarazzo.
“Giovanni” mormorai io non trattenendomi più. “Sei qui finalmente, sei qui finalmente! Aspetta adesso che ti faccio il caffé.” Io andai in cucina. E Giovanni rimase con i suoi fratelli, che erano tanto più giovani di lui e ogni tanto sorridevano tutti e tre insieme. Ed ecco che io tornai, ecco il caffé caldo, ancora fumante con una bella fetta di torta. Lui bevve d’un fiato il caffé, masticò la torta con fatica. “Perchè? Non ti piace più? Una volta era la tua passione!” avrei voluto chiedergli, ma tacqui per non importunarlo.
“Giovanni” gli proposi invece “e non vuoi rivedere la tua camera? C’è il letto nuovo, sai? Ho fatto dipingere i muri, una lampada nuova, vieni a vedere… ma il mantello, non te lo levi dunque?... non senti che caldo?” Il ragazzo non mi rispose ma si alzò dalla sedia e andò alla stanza vicina. I suoi movimenti erano lenti e pesanti,come se fosse invecchiato e non avesse più venti anni. Io corsi avanti ad aprire le persiane, però entrò una luce strana, tutta grigia, priva di qualsiasi felicità e piena di tristezza.
“Che bello!” fece lui con un debole entusiasmo, appena arrivato sulla soglia, alla vista dei nuovi mobili, delle tendine ancora nuovissime, dei muri bianchi, tutto quanto fresco e pulito. Ma chinandomi per aggiustare la coperta del letto, anch’essa immacolata, egli posò gli occhi sulle mie gracili spalle, sguardo di in un’esprimibile tristezza, che nessuno poteva notare. Anna e Pietro infatti, erano dietro di lui, con le faccine raggianti, aspettandosi una grande scena di stupore e di sorpresa.
Invece niente. “Com’è bello! Grazie, sai? Mamma” mi ripeté lui, e fu tutto. Spostava gli occhi con inquietudine, come chi desidera con tutto il cuore di terminare un colloquio molto penoso. Ma soprattutto, guardava spesso, molto preoccupato, fuori dalla piccola finestra, l’uomo misterioso che camminava su e giù vicino al cancelletto di legno.
“Sei contento, Giovanni? Sei contento?” chiesi io impaziente di vederlo felice. “O, si, è proprio bello” mi rispose mio figlio e continuava a sorridere sforzatamente. “Giovanni” supplicai io. “Che cos’hai? Che cos’hai, Giovanni? Tu mi tieni nascosta una cosa, perchè non vuoi dire?”
Egli si morse le labbra, sembrava che qualcosa gli bloccasse la gola. “Mamma” mi rispose dopo un po’ con un filo di voce tremante “mamma, adesso io devo andare.”
“Devi andare? Ma torni subito, no? Torni? Vai dalla Marietta, vero? Dimmi la verità, vai dalla Marietta?” e cercavo di scherzare, pur sentendo la pena.
“Non so, mamma” mi rispose lui con lo stesso tono contenuto ed amaro; intanto si mise il berretto e si avviò alla porta “non so, ma adesso devo andare, c’è quello là che mi aspetta.”
“Ma torni più tardi? Torni? Tra due ore sei qui, vero? Farò venire anche zio Giulio e la zia, figurati che festa anche per loro, cerca di arrivare un po’ prima di pranzo…” “Mamma” mi ripeté, come se mi pregasse di non dire nulla, di tacere, per carità, di non aumentare la pena. “Devo andare, adesso, c’è quello là che mi aspetta, è stato fin troppo paziente.” Poi mi fissò con lo sguardo da cavare l’anima.
Si avvicinò alla porta, i fratellini, ancora felici, gli si strinsero addosso e Pietro sollevò un lembo del mantello di Giovanni. “Pietro, Pietro! Su, che cosa fai? Lascia stare Pietro!” gridai io, temendo che lui si arrabbiasse. “No, no!”esclamò pure mio figlio, accortosi del gesto del fratellino. Ma ormai troppo tardi. I due lembi si erano aperti un istante.
“Oh, Giovanni, creatura mia, che cosa ti hanno fatto?” balbettai io, prendendomi il volto tra le mani. “Giovanni, ma questo è sangue!”
“Devo andare, mamma” mi ripeté lui per la seconda volta, con disperata fermezza. “L’ho già fatto aspettare abbastanza. Ciao Anna, ciao Pietro, addio mamma.”
Era già alla porta. Uscì come portato dal vento. Quasi di corsa, aprì il cancelletto, due cavalli partirono galoppando, sotto il cielo scuro, non verso il paese, ma attraverso le praterie, su verso il nord, in direzione delle montagne. Galoppavano, galoppavano. E finalmente io capii, un vuoto immenso si aprì dentro me, che mai e poi mai nessuno sarebbe stato in grado di colmare, neanche i secoli sarebbero bastati per riempirlo. Capii perchè si teneva stretto il mantello, la paura e la tristezza di mio figlio e soprattutto chi era quell’individuo misterioso che andava su e giù per la strada, così paziente, buono e misericordioso da accompagnare Giovanni fin qui, affinché potesse salutarmi; da aspettare per molti minuti fuori del cancello, in piedi, lui signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato.


Concetta Russo e Rosario Bonaccorsi