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venerdì 6 febbraio 2009

Dai il meglio di te...



fà il bene, ti attribuiranno

secondi fini egoistici
non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi,
troverai falsi amici e veri nemici
non importa realizzali.
Il bene che fai verrà domani
dimenticato.
Non importa fa' il bene
L'onestà e la sincerità ti
rendono vulnerabile
non importa, sii franco
e onesto.
Dai al mondo il meglio di te, e ti
prenderanno a calci.
Non importa, dai il meglio di te


(Madre Teresa di Calcutta)

martedì 3 febbraio 2009

La Divina Commedia - Inferno: Canto II



Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s'ell' è possente,
prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale

non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:

la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.

Per quest' andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d'elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede.

Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec' ïo 'n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S'i' ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell' ombra,
«l'anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l'omo ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand' ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch' io venni e quel ch'io 'ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo lontana,

l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt' è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.

I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia' io:

"O donna di virtù sola per cui
l'umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,

tanto m'aggrada il tuo comandamento,
che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l'ampio loco ove tornar tu ardi".

"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch' i' non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose.

I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d'esto 'ncendio non m'assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov' io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov' i' era,
che mi sedea con l'antica Rachele.

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che 'l combatte
su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com' io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".

Poscia che m'ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com' ella volse:
d'inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec' io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch'i' cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch'ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m'hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch'i' son tornato nel primo proposto.

Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

LA TRAMA IN SEQUENZE

VV1-9

VV.19-42

VV.43-126

VV.127-142


Figure retoriche salienti



"Io non Enea, non Paulo sono": i timori di Dante



mercoledì 28 gennaio 2009

CANTO I INFERNO

La trama in sequenze
VV.1-12
Dante nella selva oscura...
vv.13-60
vv.61-90
vv.91-111
vv.112-136

FIGURE RETORICHE SALIENTI

ES.Figura etimologica selva selvaggia (V.5)( Continuate)



GRIOLI CHARLIE


LA TRAMA IN SEQUENZE
La selva – vv. 1-12

Nel primo verso della “Divina Commedia” Dante spiega come la sua sia un'esperienza DRAMMATICA che riguarda tutta l'umanità, usando l'aggettivo "nostra" invece di "mia"; per lui la metà della vita di un individuo sono i 35 anni, poiché riteneva l'età media di un uomo essere di 70 anni ed essendo egli nato nel 1265 si può già capire che ci troviamo nel 1300. Il poeta pellegrino proteso alla difficile conquista della beatitudine si è perso in una selva oscura che rappresenta un momento difficile della vita del poeta. La diritta via invece rappresenta la via del bene mordellabeatiale e spirituale. Per il Dante-narratore è un vero dolore ricordare la durezza della selva selvaggia, intricata e difficile. Questa selva (ovvero il peccato) è così amara che la morte è una cosa appena peggiore (intesa come la dannazione). Dante non ricorda bene come ha fatto a smarrirsi, a causa di un torpore dei sensi che gli fece perdere la verace via.
Il colle illuminato dal sole – vv. 13-30
A un certo punto Dante arriva ai piedi di un colle, dove termina la selva, dietro il quale sta sorgendo il sole che calma un po' la sua inquietudine. La luce del sole simboleggia la Grazia divina, che illumina il cammino umano, quindi il colle simboleggia una via di salvezza. Dante si riposa un attimo e comincia la salita.
Le tre fiere – vv. 31-60
La salita è appena iniziata quando appare una lonza (lince) leggera e molto veloce coperta da una pelliccia maculata che intralcia la strada a Dante poiché lo ricaccia indietro. La lonza rappresenta la lussuria (indica Firenze). Dante non dice se questa lonza si avvicini o scappi e tronca questo discorso. E il tempo del mattino nel quale il sole saliva con quelle stelle che erano con lui al momento della Creazione: la prima costellazione è quella dell’Ariete, quindi era tempo dell’equinozio di primavera, momento che fa sperare a Dante di poter evitare la lonza, la fiera dalla pelle maculata. Ma la speranza è subito cancellata dall'apparizione di un leone, che pare andare incontro a Dante con la testa alta e affamato. Il leone viene indicato come simbolo di superbia(indica l’impero). Subito dopo appare una lupa. Essa avrebbe secondo Dante reso infelice la vita di molta gente e gli si avvicina con aspetto talmente spaventoso che Dante perde la speranza di raggiungere il colle. La lupa rappresenta l’avidità (la Chiesa). Dante si sente triste e sconfortato dalla bestia. La lupa si avvicina e respinge Dante nella selva del peccato.
Apparizione di Virgilio – vv. 61-99
Tornato nella selva a Dante appare davanti agli occhi una figura che impaurisce il poeta che gli chiede misericordia. Subito la figura gli risponde dicendo:“Non sono un uomo, ma uomo fui” e per presentarsi dice che i suoi genitori erano lombardi, che nacque al tempo di Cesare e visse sotto Augusto al tempo del paganesimo. Inoltre afferma :” Poeta fui e cantai del valente figlio di Anchise che venne da Troia dopo che quest’ultima venne incendiata”. Poi fa una domanda direttamente a Dante: “ Ma tu perché ritorni a tanta noia? Perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?. Dante ha riconosciuto il suo maestro e lo chiama per nome, vergognandosi un po' per la sua importanza: "Sei tu quel Virgilio e quella la fonte di tanto parlare come un fiume? Tu che sei l'onore e il lume degli altri poeti, fa' che mi valga il grande studio e amore che ho avuto per la tua opera: tu sei il mio maestro e il mio autore, sei l'unico dal quale presi quel bello stile che mi ha reso onore." Dopo Dante gli chiede se lo può aiutare con quella bestia che lo ha fatto tornare indietro. Virgilio allora indica a Dante che la lupa non fa passare nessuno a causa della sua natura malvagia.
Profezia del veltro – vv. 100-111
Il veltro indica il cane da caccia. Dante spiega che un cane da caccia farà morire la lupa cacciandola di città in città finché non l’avrà rimessa nell’inferno da dove Lucifero, l’angelo ribelle, la fece uscire.
Il viaggio nell’oltretomba – vv. 112-136
Virgilio consiglia a Dante di seguirlo in un viaggio nelle’oltretomba, dove tutto è eterno, a differenza del mondo dei vivi. Dante accetta di compiere il viaggio nel mondo dei dannati per sfuggire al male dell’oscura selva. Cosi i due si incamminano.


GIADA GIUFFRIDA

LA TRAMA IN SEQUENZE

Vv. 1-12 Dante è il protagonista del viaggio ma è il simbolo di tutta l’umanità del suo tempo.
All’età di 35 anni (punto di mezzo della vita umana) si smarrisce in una selva oscura, la selva rappresenta allegoricamente il peccato, ed è oscura perché non ha accolto la chiamata di Dio alla salvezza. Questa selva è così oscura e difficile da percorrere che Dante ripensandoci ha paura. Inoltre Dante non sa spiegare come vi è giunto, tanto era offuscato dal sonno, cioè dal peccato, quando ha abbandonato la via del bene.
Vv. 13-60 Quando Dante all’uscita della selva scorge un colle ( simbolo della faticosa ascesa verso il bene, dell’espiazione, della purificazione ) illuminato dal sole, comincia a sentirsi sicuro, come un naufrago sfuggito alla tempesta e approdato, ancora incredulo della propria salvezza, a riva.
Quando sta per raggiungere il colle, viene ostacolato da tre fiere: prima da una lonza ( che simboleggia la lussuria ), poi da un leone ( la superbia ) ed infine da una lonza ( l'avarizia ). Spaventato, indietreggia, e perdendo la speranza di poter arrivare alla vetta, decide di tornare verso la selva, verso la valle della perdizione.
Vv. 61-90 Ma improvvisamente appare un’ombra: è l’anima del poeta latino Virgilio ( simbolo della ragione ) che Dante ha sempre ammirato come proprio maestro e di cui ora invoca aiuto.
Vv. 91-111 Virgilio gli consiglia che, se vorrà raggiungere la salvezza eterna, dovrà seguire un altro percorso. Inoltre gli spiega che per vincere la lupa occorrerà un veltro ( cioè un cane da caccia che simboleggia la speranza ).
Vv. 112-136 Ora Virgilio condurrà Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, per affidarlo poi a un’anima beata che lo guiderà in Paradiso: solo conoscendo il mondo ultraterreno egli potrà purificarsi e salvarsi. I due poeti iniziano così il loro viaggio.

FIGURE RETORICHE:
-paranomasia: vv. 5-35-93.
-metafora: vv. 20-60.
-similitudine: vv. 22-55.
-latinismi: vv. 65-67.
-perifrasi: v. 124.

RICCARDO SPADARO

La trama in sequenze:

Vv.1-2 La commedia si apre con un monologo del protagonista stesso ovvero Dante che all'età di 35 anni(punto di mezzo della vita umana di quell'epoca)si smarrisce in una selva oscura che rapprenta allegoricamente il simbolo del peccato che gli procura la perdita della coscienza e dei valori morali soprattutto a causa della morte della sua amata Beatrice.Inoltre questa selva gli appare così oscura che non riesce a percorrerla avendo smarrito la via del bene ed essendo anche assonnato spiritualmente.
Vv.13-60 All'uscita dalla selva oscura Dante scorge un colle in cui scorge i raggi del Sole simbolo di salvezza.Così incomincia la sua ascesa verso la cima nel quale cammino prova un senso di sicurezza come a un naufrago che sfuggito alla tempesta ancora e approdato ancora incredulo a riva;ma durante la sua salita incontra tre fiere che gli impediscono di salire:la lonza(che simboleggia la lussuria),il leone(che rappresenta la superbia) ed indine da una lonza(l'avarizia).Così spaventato da queste fiere indietreggia perdendo la speranza di poter arrivare alla vetta e ricade quindi nella selva oscura, simbolo del peccato.
Vv 61-90 Così disceso di nuovo nella selva oscura intravvede all'improvviso un'ombra che rappresenta l'anima del poeta Virgilio(simbolo della ragione) che è stato per Dante sempre un modello per le sue opere e così dopo averlo riconosciuto chiede il suo aiuto per salire il colle e proteggerlo dalle fiere.
Vv 91-111 Virgilio gli consiglia che se vorrà riuscere a intraprendere la retta via dovrà prendere un'altra strada fin quando non arriverà il veltro(un cane da caccia che simboleggia la speranza)che non farà altro che proteggerlo e ricacciarà la lupa nell'inferno.
Vv 112-136.Virgilio decide di accompagnare Dante nel nuovo viaggio che comprenderà l'inferno e il Purgatorio dove lo lascerà con un'anima più nobile della sua, essendo lui pagano e respinto dal Paradiso.Così i due cominciano il loro viaggio.

STEFANO CONTI NIBALI

LA TRAMA IN SEQUENZE

VV 1-12 DanteA trentacinque anni, si ritrova in una selva oscura, simbolo del peccato, avendo smarrito la diritta via. Questa selva è difficile da attraversare e il poeta prova molta paura al solo ricordo. Inoltre Dante non sa spiegare come vi è giunto, egli vuole evidenziare il fatto che è molto facile cadere nel peccato a causa del sonno della ragione, e molto spesso ciò avviene senza consapevolezza.
VV 13-60 Dante crede di potersi salvare salendo sul colle illuminato dal sole ( questo rappresenta la virtù e la Grazia divina) la vista di questo suscita in Dante una sensazione di sollievo che si contrappone all’angoscia provata durante la notte. Mentre il poeta inizia a salire sul colle, tre fiere lo ostacolano. Le tre fiere sono la lonza, il leone e la lupa che rappresentano la lussuria, la superbia e l’avarizia. Perduta la speranza di raggiungere la vetta, il poeta è risospinto nella valle della perdizione.
VV 61-90 Mentre Dante sta per ripiombare nel peccato, interviene Virgilio, simbolo della ragione al quale chiede aiuto per evitare la lupa.
VV 91-111 Virgilio spiega a Dante che non può salire il colle e lo invita al viaggio verso l’oltretomba e solo con l’aiuto del veltro la lupa sarà sconfitta.
VV 112-136 Virgilio precisa il suo ruolo di guida: egli potrà accompagnare il pellegrino attraverso l’inferno e il purgatorio, ma non potrà accedere al paradiso in quanto non è battezzato. Beatrice, che simboleggia la teologia, sarà la guida di Dante fin dal paradiso terrestre.

CONCETTA RUSSO

Nei primi versi della Divina Commedia (vv.1-12) CHE FUNGE DA PROLOGO ALL'INTERO POEMA ,Dante si ritrova in una selva oscura (che rappresenta il peccato) all’età di 35 anni e usa l’aggettivo nostra perché è il simbolo di tutta l’umanità. Dante avendo perso la via del bene, quella che porta a Dio, ha paura di questa selva da affrontare e gli sembra ancor più scura e difficile da affrontare.
Nei versi 13-60 Dante arriva ai piedi di un colle e pensa di salvarsi salendo sul colle, ma mentre inizia a scalare il monte è ostacolato da tre fiere che rappresentano tre peccati: la lonza rappresenta la lussuria, il leone la superbia,e , la lupa l’avarizia. Esse provocano molta paura in Dante che precipitò nuovamente nella selva del peccato.
Nei versi 61-90 Dante vede un’ombra che è l’anima di Virgilio e gli chiede aiuto per poter evitare le tre fiere.
Nei versi 91-111 c’è un dialogo tra Dante e Virgilio che gli dice di intraprendere un viaggio diverso da quello del colle, ovvero un viaggio nell’oltretomba e grazie al veltro potrà sconfiggere la lupa.
Nei versi 112-136 Virgilio decide di accompagnare Dante nell’inferno e nel purgatorio, e in paradiso sarà affidato a Beatrice, perché lui non può accedere al paradiso dato che non è stato battezzato.
Le figure retoriche salienti sono: paronomasia (vv 5-35-93); metafora (vv 20-60); similitudine (vv 22-55); latinismi (vv 65-67); perifrasi (v 124).

SANDRO DELPOPOLO

Salve prof
le riporto le mie risposte:

1)Le sequenze sono 5:

Vv 1-12:Dante,a metà della sua vita,si ritrovò a vagare nel buio essendosi perso e non ricorda come si è smarrito.

Vv 13-60:Egli uscito dalla selva si ritrova su un colle dove sta per sorgere il sole,e ciò lo rassicura. Successivamente viene però ostacolato da una lonza(che rappresenta la lussuria),da un leone(rappresenta la superbia per la sua forza) e da una lupa(rappresentante l'avidità).Proprio quest'ultima respinge Dante nuovamente nella selva oscura.

oVv 61-90:In questa selva Dante incontra Virgilio,maestro di stile e guida del viaggio, oltre che simbolon della ragione umana il quale spiegache l'ostacolo della lupa potrà essere sconfitta solo col "veltro".

Vv 91-111:Virgilio spiega inoltre a Dante che dovrà percorrere un'altra strada per giungere in paradiso.

Vv 112 a 136:Annuncio e inizio dell'itinerario oltremondano..

2)Come figure retoriche,in questo primo canto troviamo:
La figura etimologica selva selvaggia v.5
La similitudine naufrago/Dante vv.22-27
La similitudine avaro/Dante vv.55-60
La sinestesia 'l sol tace v.60
Il chiasmo Non omo,omo già fui
tre paronomasia nei versi 5-35-93
due metafore nei versi 19 e 60
una perifrasi nel verso 125.




martedì 27 gennaio 2009

Divina Commedia Inferno Canto I



PER ASCOLTARE QUI





domenica 18 gennaio 2009

LA DIVINA COMMEDIA




La datazione dell'opera è problematica. Probabilmente fu iniziata negli stessi anni in cui vennero interrotti i trattati dottrinali del Convivio e del De vulgari eloquentia, ossia tra il 1305 e il 1307, anche se il Boccaccio sostiene che i primi sette canti dell' Inferno siano stati scritti prima dell'esilio (1302). L'Inferno non contiene notizie posteriori al 1309 (la prima menzione di copie manoscritte è del 1313). Il Purgatorio non contiene riferimenti a fatti posteriori al 1313 e fu divulgato separatamente nei due anni seguenti. Il Paradiso fu forse iniziato nel 1316 e terminato negli ultimi anni di vita del poeta, mentre i singoli canti venivano divulgati man mano che erano compiuti.Dopo la morte del poeta cominciarono ad apparire commenti alle singole parti. Nell'epistola XIII, Dante spiega a Cangrande il titolo "comedia" (l'aggettivo "divina", usato da Boccaccio nella sua biografia dantesca Trattatello in laude di Dante fu introdotto in un'edizione a stampa del 1555).La ragione del titolo è retorica e connessa al tema ed al livello linguistico: l'opera inizia con una situazione spaventosa e termina felicemente (la tragedia invece ha inizio piacevole e fine tremenda), e il livello linguistico è dimesso e umile per facilitare la comunicazione (la parlata volgare).

Struttura: La Commedia racconta un viaggio nei tre regni dell'aldilà (in cui si proietta il male e il bene del mondo terreno) compiuto da Dante ("simbolo" dell'umanità), che si affida alla guida di Virgilio (ragione) e poi di Beatrice (fede). Si tratta di un poema didascalico strutturato in terzine di endecasillabi(ABA\BCB), composto da 100 canti suddivisi in tre cantiche di 33 canti ciascuna, più un canto introduttivo posto all'inizio dell'Inferno. L'intera opera consta di 14.233 versi totali: superiore dunque in lunghezza sia all'Eneide virgiliana (9.896 esametri), sia all'Odissea omerica (12.100 esametri).I numeri hanno una valenza simbolica, <1+33+33+33 10 =" perfezione" 3 =" Trinità.">.La Commedia è anche una drammatizzazione della teologia cristiana medievale, arricchita da una straordinaria creatività immaginativa.Occorre distinguere tra: struttura cosmologica struttura dottrinale struttura formale Struttura cosmologica: La struttura testuale della Commedia coincide esattamente con la rappresentazione cosmologica dell'immaginario medievale. Il viaggio all'Inferno e sul monte del Purgatorio rappresentano infatti l'attraversamento dell'intero pianeta, dalle sue profondità alle regioni più elevate; mentre il Paradiso è una rappresentazione simbolico-visuale del cosmo tolemaico.L'Inferno era rappresentato all'epoca di Dante come una cavità di forma conica interna alla Terra, allora concepita come divisa in due emisferi, uno di terre e l'altro di acque. La caverna infernale era nata dal ritrarsi delle terre inorridite al contatto con il corpo maledetto di Lucifero e delle sue schiere, cadute dal cielo dopo la ribellione a Dio. La voragine infernale aveva il suo ingresso esattamente sotto Gerusalemme, collocata a 90° rispetto al semicerchio di 180° formato dalle terre emerse.La metà marina della Terra si estendeva invece su tutta la semisfera opposta al continente euroasiatico. Agli antipodi di Gerusalemme, e quindi al 90° della semisfera acquea, si ergeva l'isola montagnosa del Purgatorio, composta appunto dalle terre fuoriuscite dal cuore del mondo all'epoca della ribellione degli angeli. In cima al Purgatorio, che peraltro era una creazione recente dell'immaginario cristiano legata alla necessità di giustificare la dottrina delle indulgenze, Dante collocel racconto biblico, il luogo terrestre più vicino al cielo.
Il Paradiso è strutturato secondo la rappresentazione cosmologica nata all'epoca ellenista con gli scritti di Tolemeo, e risistemata dai teologici cristiani secondo le esigenze della nuova religione. Nel suo rapimento celeste dietro l'anima di Beatrice, Dante attraversa dunque i nove cieli del cosmo astronomico-teologico, al di sopra dei quali si distende il Pleroma infinito - Empireo - in cui ha sede la Rosa dei Beati, posti a diretto contatto con la visione di Dio.Ai nove cieli corrispondono nell'Empireo i nove cori angelici che, col loro movimento circolare intorno all'immagine di Dio, provocano il relativo movimento rotatorio del cielo a cui ciascuno di essi è preposto - questo secondo la dottrina dell'Atto Puro o Primo Mobile desunta dalla Metafisica di Aristotele.La struttura cosmologica della Commedia è strettamente connessa alla struttura dottrinale del poema, per cui la collocazione dei tre regni, e, al loro interno, l'ordine delle anime - ovvero delle pene e delle grazie-, corrisponde a precisi intendimenti di ordine morale e teologico.


In particolare, la topografia dell'Inferno comprende i seguenti luoghi:un ampio vestibolo o Antiferno, dove vengono puniti coloro che nessuno vuole, né Dio né il demonio: gli ignavi.Il fiume Acheronte, che separa il vestibolo dall'inferno vero e proprio.Una prima sezione costituita dal Limbo,immerso in una tenebra perenne. Una serie di cerchi meno scoscesi in cui patiscono i peccatori continenti.La città infuocata di Dite, le cui mura circondano la voragine finale.Il cerchio dei violenti in cui scorre il fiume sanguigno del Flegetonte.Un burrone scosceso, che dà all'ottavo cerchio, chiamato Malebolge: il cerchio dei fraudolenti.Il pozzo dei Giganti.Il lago ghiacciato di Cocito, dove sono immersi i traditori.