Il valore della cooperazione nell'innovazione della didattica Moderatrice:Prof.ssa Maria Allo
giovedì 25 dicembre 2008
domenica 21 dicembre 2008
venerdì 12 dicembre 2008
PLAUTO

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Le notizie che gli antichi ci hanno tramandato riguardanti la biografia di Tito Maccio Plauto sono scarse e imprecise, e persino il nome è stato oggetto di contesa filologica. Con certezza egli nacque a Sarsina, allora in Umbria, oggi nella Romagna settentrionale. Cicerone ( Brutus, XV, 60 ) ci informa che Plauto morì nel 184 a.C. L'indicazione fornita da Girolamo, che anticipa la data di morte al 200 a.C., è da ritenere errata perché un accenno della Càsina ci assicura che Plauto era vivo nel 186, quando avvenne lo “scandalo dei Baccanali”. Da un altro passo di Cicerone ( Cato maior , XIV, 50 ) si evince una data di nascita oscillante tra il 255 e il 251 a.C. Altre notizie su Plauto si ricavano da altre fonti (per esempio da Aulo Gellio che attinse da Varrone. Come sempre accadeva quando scarsi erano i dati sicuri disponibili, gli storici antichi derivarono notizie dalle opere dello stesso commediografo, con il risultato di ricostruire fatti inattendibili sulla base di vaghissime allusioni autobiografiche. Gellio racconta che Plauto, avendo perduto, a causa di traffici sfortunati, il denaro guadagnato, e per questo essendosi indebitato, divenne schiavo del creditore che gli assegnò la fatica di girare la macina del mulino. Durante la schiavitù Plauto avrebbe scritto tre commedie di cui sono riportati due titoli allusivi alla condizione del padrone e del poeta suo servo: Saturio, “II panciapiena”, e Addictus, “Lo schiavo per debiti”; ma molti non ritengono queste notizie degne di fede. È ancora Gellio a riferirci che Plauto avrebbe passato la giovinezza in una compagnia di comici, per cui sarebbe riuscito ad impadronirsi del mestiere di teatrante e che anche in seguito, dopo aver raggiunto la fama come autore, avrebbe continuato occasionalmente a vestire i panni dell’attore ( histrio ). D’altra parte Maccus, di cui Maccius sarebbe una variante, era uno dei personaggi delle atellane, forse quello interpretato appunto da Plauto. Il ‘cognomen’ Plautus secondo alcuni si ricollegherebbe a plauti, cani dalle orecchie penzolanti; secondo altri, sulla base di un etimo più attendibile trasmessoci da Festo, al vocabolo umbro ploti, che indicava le persone dai piedi piatti. Ciò che appare eccezionale è che un poeta dell’età arcaica, nato libero ma probabilmente non divenuto civis Romanus, avesse diritto ai tria nomina ( praenomen, nomen, cognomen ). Altri dubbi ed incertezze rimangono su altri particolari che riguardano Plauto e la sua opera, per esempio sulla data di composizione e sulla prima rappresentazione delle singole commedie e sui rapporti con Nevio. L’iscrizione sepolcrale, riportata da Gellio ( III, 3, 14 ), testimonia il vuoto lasciato dalla morte di Plauto sulla scena teatrale romana: Postquam est mortem aptus Plautus, Comoedia luget, / Scaena est deserta, dein Risus, Ludus Iocusque / et Numeri innumeri simul omnes conlacrimarunt, “Dopo la morte di Plauto, la Commedia piange, la Scena è deserta, il Riso, lo Scherzo e il Divertimento, i Ritmi innumerevoli si sono messi tutti insieme a piangere”. A parte il rilievo dato nell’epitaffio alla gioiosità della commedia plautina, viene sottolineata la straordinaria abilità in campo metrico (numeri innumeri), che è appunto una delle caratteristiche salienti dell’arte plautina.
martedì 9 dicembre 2008
Spunti per la riflessione

TESTI DA ANALIZZARE E DOMANDE A CUI RISPONDERE:
Il primo incontro con Beatrice, pag 189-190 e pag.194-195
- Che età avevano Dante e Beatrice quando si sono incontrati per la prima volta?
- Quali reazioni ha avuto Dante in questa occasione?
- Come viene descritto il mondo interiore di Dante? Da che cosa appare formato?
- Quali ordini Amore dà a Dante? Perché tale sentimento è scritto con l’iniziale maiuscola?
- Come appare e quali caratteristiche ha Beatrice?
- La Vita nova può essere considerata
- un’opera autobiografica
- la testimonianza di un cammino spirituale
- una storia d’amore romanzata
- un elogio complicato di Beatrice
- 1- Rileva per ogni strofa le parole chiave e definisci sinteticamente la situazione di volta in volta rappresentata
2- Dante spesso, nel commento che precede la lirica(qui non riportato), definisce "piano", ossia facile ad intendersi, il proprio sonetto. Rileva gli aspetti strutturali e stilistici che confermano tale giudizio
3- elenca i termini appartenenti all'ambito del "vedere"
. VALUTAZIONEVerrà valutato l’elaborato di ciascun alunno secondo la seguente griglia:
INDICATORI
DESCRITTORI VOTO Esposizione
Comprensione
- dei testi
- dei problemi
- delle similitudini e delle differenze
Completezza - dell’esame dei testi
- delle osservazioni
Originalità - delle osservazioni
- delle interpretazioni
VOTO GLOBALE
domenica 30 novembre 2008

- Dante Alighieri
Dante nasce a Firenze nel 1265, da Alighiero Alighieri e da donna Bella; la sua famiglia, pur nobile, si dedicava ad attività mercantili ed era di parte guelfa. Perde entrambi i genitori in giovane età, e nel 1281 combatte per la lega guelfa contro i ghibellini toscani, sia a Campaldino che all' assedio di Caprona. Attorno al 1285 sposa Gemma Donati, che gli darà tre figli. Diviene amico di letterati come Brunetto Latini e Guido Cavalcanti, e scrive componimenti di vario genere, raccolti in parte nella "Vita nova", dedicata alla sua musa Beatrice, figlia di Folco Portinari e sposata a Simone de' Bardi, morta nel 1290. Dopo la morte di Beatrice, Dante si dedica a studi teologici e filosofici, e conosce un periodo di smarrimento. Filosofia, politica, poetica amorosa, mondanità, tutto entra a far parte delle "Rime" scritte in questi anni; Dante si iscrive ad una corporazione, e ciò gli consente di svolgere attività politica: entra a far parte successivamente del Consiglio del Capitano del Popolo, del Consiglio dei Savi e del Consiglio dei Cento. Si schiera con i guelfi bianchi, guidati dalla famiglia Cerchi, contro i guelfi neri, sostenitori di Bonifacio VIII e degli angioini, capitanati dal violento Corso Donati. Questi congiurano per far cadere Firenze sotto il dominio papale, ma i Bianchi prevalgono e difendono l'indipendenza della città, esiliando i Donati.
Nel 1300 Dante è uno dei priori di Firenze; l'anno seguente è ambasciatore a Roma, ma durante la sua assenza Firenze è presa da Carlo di Valois, "paciere" del papa, che vi instaura una signoria di guelfi neri. La casa di Dante è saccheggiata, il suo operato oggetto di inchiesta; condannato in contumacia, non si presenta a giustificarsi, e la condanna viene commutata in condanna a morte nel 1302.
Dante si unisce ad altri bianchi in esilio ma falliti i tentativi di rientrare in Firenze, se ne stacca e si rifugia a Verona, alla corte degli Scaligeri; qui scrive il "De vulgari eloquentia". Da esule, vaga per l' Italia, recandosi a Treviso, Padova, Venezia, in Lunigiana e in Casentino, e infine a Lucca nel 1309; intanto compone il Convivio ed inizia la stesura della Commedia. La discesa, l'anno seguente, di Arrigo VII in Italia risveglia in lui la speranza di un impero universale in cui Stato e Chiesa siano pacificati e ricondotti l'uno alla sfera temporale, l'altra a quella spirituale, e tale tensione ideale lo porta a scrivere il "De monarchia". La delusione per il comportamento dell' imperatore e la sua successiva morte portano Dante a rifugiarsi nuovamente a Verona, dove rimane fino al 1318. Intanto, visto il suo rifiuto a sottomettersi alle autorità fiorentine, la condanna a morte viene estesa alla sua famiglia.
L'Inferno era stato pubblicato nel 1314, il Purgatorio nel 1315; passato a Ravenna, alla corte di Guido da Polenta, vi pubblica il Paradiso. In questa città trova pace e tranquillità, insegna poesia e retorica e tiene anche una lezione di argomento fisico. Inviato come ambasciatore a Venezia, durante il ritorno si ammala e muore: è il 14 Settembre 1321.
Fin dall'inizio del secolo, ma soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale le coscienze dei poeti dichiarano di non essere più in grado di produrre poesia: basti pensare al silenzio dell'anima sbarbariana («Taci, anima stanca di godere»), o al netto rifiuto della qualifica di poeta della corazziniana Desolazione del povero poeta sentimentale («Io non sono un poeta»), fino al celebre componimento di Eugenio Montale, Non chiederci la parola. La poesia, dunque, diventa testimonianza autentica di questa crisi e si fa tramite vano della ricerca di un senso dell'esistenza. Significative sono le considerazioni di Eliot quando afferma che la letteratura è in grado di restituire un mondo e che il poeta che per primo ha restituito un mondo intero è stato appunto Dante. Per questo il Novecento non può far finta che Dante non sia esistito, ma anzi lo recupera come memoria e utopia. Basti pensare a come la poesia novecentesca riprenda e reinterpreti l'Ulisse dantesco (e omerico). Proprio intorno a questa figura mitica, che attraversa la letteratura antica e moderna, si potrebbe costruire un percorso didattico volto soprattutto al confronto operativo tra testi, prendendo in considerazione in particolare l'Ulisse dannunziano di Maia (IV, 22-123), che disprezza la vita e ricerca il gesto eroico che ad essa dia significato, l'«eclisse del mito» dell'Ulisse pascoliano dei Poemi Conviviali (XXIV, Calypso), la lettura gozzaniana (in Poesie sparse) in chiave ironica del mito, a cui fa da sfondo il mondo borghese, e ancora il "doloroso amore" della vita dell'Ulisse di Umberto Saba (Mediterranee), fino al Capitano Ulisse di Alberto Savinio, per toccare anche il teatro.