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venerdì 25 marzo 2011

La vita come opera d'arte : Gabriele D'Annunzio

Del Decadentismo italiano Gabriele D'Annunzio fu l'interprete più appariscente e significativo, incarnando con la sua personalità e la sua opera le tendenze più aggressive e provocatorie della cultura del periodo. Personaggio di spicco della vita pubblica e mondana del periodo a cavallo dei due secoli, autore di grande successo presso il pubblico borghese, egli lasciò la sua impronta sul gusto e sul costume di quell'epoca tanto che il "dannunzianesimo" divenne un comportamento e un'ideologia tipica del tempo.
D'Annunzio volle essere eccezionale come uomo prima ancora che come scrittore , e mise nel costruire la propria immagine un impegno mai visto prima.Per lui l'uomo superiore deve"fare la propria vita , come si fa un'opera d'arte".Lungo il corso della sua opera egli incarna questo ideale in se stesso e nei suoi personaggi; lo arricchisce di nuovi  motivi,ma mantiene una sostanziale continuità.
Nella sua tumultuosa biografia si possono individuare due costanti:
  • la volontà di fare della propria vita un'opera d'arte secondo la moda decadente del tempo , privilegiando i valori estetici e sensuali su quelli morali. Di qui, l'amore per lo sfarzo e il lusso, l'esibizionismo delle proprie relazioni amorose con donne aristocratiche e famose, l'ostentazione dell'indifferenza per le norme della morale comune.
  • l'attiva presenza nella vita politica italiana, nel periodo cruciale tra la crisi di fine secolo e l'avvento del Fascismo, durante il quale D'Annunzio seppe interpretare alcune tendenze presenti soprattutto nella piccola borghesia italiana: l'avversione per l'ascesa delle masse popolari e per il socialismo, l'opposizione al riformismo giolittiano tacciato di compromissione con i socialisti e incapace di fare dell'Italia una grande potenza.
Di qui , il suo nazionalismo, l'interventismo, l'eroismo del poeta-soldato(allo scoppio della Grande Guerra tornò in Italia per partecipare in prima persona alla campagna interventista, nella quale svolse un ruolo rilevante-famosi i suoi discorsi, durante le "radiose giornate di Maggio",allo scoglio di Quarto e sulla scalinata del Campidoglio)  l'affermazione del mito della "vittoria mutilata"temi che contribuiscono a decretare la crisi dello stato liberale e a favorire l'avvento del fascismo.Alla fine del conflitto si segnalò per numerose azioni audaci e avventurose, quali la beffa di "Buccari"e il" volo su Vienna".nel 1916 perse un occhio in seguito ad una ferita; conseguì numerose medaglie al valor militare. Alla fine del conflitto si schierò tra i nazionalisti più accesi a tener desta l'indignazione contro la "vittoria mutilata".
Il 12 Settembre 1919, alla testa di un manipolo di legionari, occupò FIUME , contesa tra Italia e Iugoslavia e oggetto di laboriose trattative tra i vincitori a Parigi. D'Annunzio governò per un anno la città con metodi personalistici e corporativi finchè, nel Natale 1920, dovette sgomberare in seguito al deciso intervento dell'esercito italiano.
La produzione letteraria di D'Annunzio fu lo specchio della sua ideologia , in questo riflette gli aspetti più appariscenti del Decadentismo.
Egli seppe farsi interprete pronto e sensibile, benchè superficiale delle novità culturali provenienti dall'Europa, contribuendo a sprovincializzare la letteratura italiana.Divulgò  in Italia la poetica decadente e il superomismo nicciano; nei romanzi accolse suggestioni straniere , superando il realismo e il moralismo di matrice manzoniana ancora dominanti; nella lirica usò per primo il verso libero; fu disponibile allo sperimentalismo linguistico e aperto alle novità( per es. il cinematografo).

L’estetismo

L'Estetismo è chiave di lettura che accomuna i romanzi di tre autori d'eccezione – Oscar Wilde, Gabriele D'Annunzio e di Joris-Karl Huysmans – e impronta di vita di protagonisti straordinari: Dorian Gray, Andrea Sperelli e Des Esseintes. Una vita da esteti chiede di essere vissuta alla ricerca della bellezza, del sublime e del capolavoro e viene indirizzata verso ogni possibile esperienza estrema, intellettuale, morale e fisica. Dorian Gray e Andrea Sperelli sono eroi decadenti, amorali e privi di valori. Il protagonista di Oscar Wilde, fonte di ispirazione per D'Annunzio, rinuncia a tutto, anche all'anima, per ottenere ciò che più desidera al mondo: la bellezza fisica e una giovinezza eterna proprie del soggetto di un quadro, più che del personaggio di un romanzo. Alla fine, la vita vissuta sul filo della bellezza, vissuta come un'opera d'arte, estranea a qualsiasi valore morale, dissoluta e “decadente”, porta a un finale catastrofico, esteticamente altrettanto spettacolare.

L’estetismo di D’Annunzio consiste nella ricerca del “bello formale”, del “bello espressivo” e dell’eleganza. La ricerca della bellezza è quindi nella forma, per lui “il verso è tutto”, in effetti è conferita maggiore importanza alla forma stessa rispetto al significato, e, sempre nella forma, si esaurisce l’opera d’arte. L’estetismo diviene per lui anche una concezione di vita (Il piacere, Andrea Sperelli: “Ho fatto della mia vita un’opera d’arte”).
D’Annunzio ha quel gusto estetizzante che è una caratteristica abbastanza diffusa tra gli intellettuali di questo periodo (es. Oscar Wilde), questo succede perché la cultura stava divenendo una cultura di massa e l’editoria doveva adeguarsi ad un mercato in fase di espansione. Il romanzo, secondo la definizione di Hegel, era l’epopea borghese: tale concezione viene criticata da un gruppo di intellettuali che intendono recuperare quei caratteri sublimi ed eccelsi che solo in pochi riescono ad accogliere. L’intellettuale decadente è quindi colui che non accetta le regole del mercato e dell’editoria, tuttavia D’Annunzio si piegherà a tali canoni per diffondere le sue opere su vasta scala.
La forma deve essere dunque molto raffinata, la parola, maestralmente adattata e levigata dall’artista, diviene un codice di messaggi segreti. In parte questo discorso è valido anche per Pascoli che però non operava una ricerca estetizzante, ma puntava a cogliere una parola che esprimesse una realtà in cui tutto l’universo si identifica (ricerca interiore). Secondo D’Annunzio chi fa una ricerca estetica è colui che non si adatta alle leggi del mercato, è quindi necessario distinguere tra due tipi di scrittori: quelli “autentici”, che fanno un’opera d’arte in cui esprimono se stessi, e coloro che compongono un’opera con il fine di venderla. D’Annunzio rifiuta l’opera d’arte che sia quella richiesta dal grande pubblico (o almeno dice di rifiutarla), non per questo si chiude in una “torre d’avorio” e scrive solo per se stesso, ma ama piuttosto essere il portavoce del periodo in cui vive: in lui la vita e l’opera d’arte coincidono perfettamente, egli fa un mito di se stesso tanto che i suoi lettori si rifaranno al suo stile di vita (dannunzianesimo). Egli sarà un grandissimo pubblicitario di se stesso e nella sua vita ricercherà il bello mostrando a tutti le sue vicende. Molti, per riallacciarsi al suo estetismo, vorranno apparire esseri superiori alla ricerca del “bello assoluto”. 

F. Sciacca, in un suo studio storico filosofico, Appunti storici per una storia dell’Estetismo, a proposito dell’esistenza che l’esteta vive come opera d’arte, afferma: «[l’esteta è] eroe della bellezza e del piacere, per il quale il mondo è, per una parte, il suo palcoscenico e, per l’altra, la sua platea: all’esteta, del bene e del male, del dolore e delle miserie altrui non importa niente se non nella misura in cui possono essere ingredienti del suo ideale di vita…»

Oscar Wilde è un estetizzante puro come D’Annunzio, indica le sue opere come accessori alla più grande opera: la vita. Wilde invia però un messaggio di trasgressione molto più forte: per la sua omosessualità dichiarata verrà addirittura intentato un processo che verrà usato per esprimere la libertà delle scelte di ogni uomo. Al contrario le grandi amanti di D’Annunzio gli servono a manifestare la sua superiorità che fa da supporto al superomismo.
D’Annunzio in un certo senso non fa altro che anticipare il clima del fascismo in cui viene esaltata la superiorità e la virilità dell’uomo, quindi viene ad instaurarsi un clima diverso da quello inglese, sicuramente bigotto, ma molto più ricco di potenzialità intellettuali.
Il suo estetismo assoluto è presente nell’opera che lo lancerà verso il grande pubblico: Il piacere.

venerdì 18 marzo 2011

 
Salomè



Per "età del Decadentismo" si intende il periodo che va dagli ultimi anni dell'Ottocento allo scoppio della prima guerra mondiale. 
Questa fase storica è contrassegnata da fondamentali vicende politiche e sociali, nella quale da una parte giungono a compimento i processi ideali e culturali dell'Ottocento, dall'altra emergono le tendenze che si svilupperanno poi nel corso del Novecento. L'età del Decadentismo è anche un periodo di grandi tensioni internazionali, che tuttavia non esplodono in conflitti diretti tra le maggiori potenze europee, come era avvenuto in passato, bensì covano sotto la cenere per sfociare poi nella tragedia della prima guerra mondiale. Da un punto di vista economico i decenni di fine secolo fanno da sfondo ad una crisi di vaste dimensioni. È la cosiddetta "grande depressione", che succede al periodo di espansione e di crescita degli anni 1850-1873, e che protrae i suoi effetti sino al 1896, quando l'economia europea entra in un nuovo ciclo di espansione. Questa difficile congiuntura è caratterizzata dal crollo dei prezzi industriali e agricoli, da un generale ristagno produttivo e da un forte aumento della disoccupazione. Di fronte a questa situazione i governi rispondono con una serie di misure che, se da una parte rendono più tollerabili gli effetti della crisi, dall'altra concorrono ad innescare tensioni e contrasti che appesantiscono ulteriormente il clima politico e sociale europeo e mondiale. La prima misura economica che attuano tutti i paesi è quella del protezionismo, cioè della chiusura delle proprie frontiere ai prodotti esteri. Così si contribuisce alla salvaguardia dell'industria e dell'agricoltura nazionali, le quali operano in regime di monopolio e non di concorrenza; però nello stesso tempo si creano degli scompensi nei settori che lavorano per l'esportazione e che vedendosi preclusi i mercati tradizionali, piombano in una profonda crisi, non riuscendo a ristrutturarsi per il mercato interno. Non solo, ma nel tentativo di trovare sbocchi alle proprie economie, oltre che per motivi di opportunità interna e di "scelta culturale", i principali stati europei - Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo - intraprendono una politica imperialistica. L'opzione imperialista è sostenuta anche dalla cultura del tempo, che diffonde negli strati più ampi della società l'amore e il gusto per la guerra, per lo spirito di conquista e di potenza. Si introducono così nell'immaginario collettivo miti superomistici, razzistici, irrazionali e impregnati di violenza, che costituiscono il "retroterra culturale" del primo conflitto mondiale. 

IL DECADENTISMO IN EUROPA

Segni anticipatori del Decadentismo si possono individuare nel movimento dei preraffaelliti inglesi e in quello francese dei parnassiani , propugnatori di una poetica sempre più svincolata dai contenuti realistici e tesa alla ricerca di nuove e più raffinate forme espressive.
La poetica dei parnassiani esalta l'arte come supremo valore umano"l'arte per l'arte"e mette in primo piano nella poesia la bellezza formale, frutto di paziente lavoro di cesello e di costante ricerca, per ottenere la quale è necessaria l'impassibilità dell'artista di fronte alla sua opera.
Il Decadentismo nacque in Francia intorno al 1880 ad opera di un gruppo di poeti(fra cui Verlaine, Rimbaud , Mallarmè) ammiratori di Baudelaire , che diedero vita a circoli artistici e ad alcune riviste.  POETI MALEDETTI
DEFINIZIONE
Atteggiamento di manifestazione del malessere del vivere sociale, nello spirito e nel gusto, manifestatosi in un primo momento nella letteratura, poi nelle arti e nel costume.
E' caratterizzato da una visione estetizzante della vita, dall'esplorazione di zone ignote della sensibilità, dalla scoperta del subcosciente, che l'arte fu chiamata a esprimere in forme nuove e irrazionali.
Gabriele Rossetti  -Pia de' Tolomei-
Gradualmente, il gruppo elaborò la sua poetica, il simbolismo, per la quale il mondo è "una foresta di simboli"(da un verso di Baudelaire)che ci parlano in un misterioso linguaggio:non la scienza nè la ragione possono penetrarlo, ma solo "l'arte".
Il poeta è un "VEGGENTE" che per intuizioni misteriose ed improvvise "illuminazioni"coglie il senso riposto della realtà, scoprendo collegamentiapparentemente illogici fra oggetti diversi"analogie", associando colori, profumi, suoni di cui sa percepire la misteriosa affinità"sinestesie", scegliendo le parole non per il loro significato concreto ed oggettivoma per le suggestioni che possono evocare con il loro suono ed il loro ritmo la "musicalità"del verso.
In ciò , la poetica dei decadenti risentì anche l'influenza delle teorie del musicista tedesco R.Wagner , che nella sua concezione dell'opera d'arte totale (fatta di dramma,musica e poesia) sostenne la necessità di fondere le diverse forme artistiche sotto il dominio della musica.
Perciò il poeta deve rompere ogni legame con la tradizione e sentirsi libero da ogni regola(ritmo, metro, scelta delle immaginie del lessico): di qui la costante ricerca di nuove forme espressive , lo sperimentalismo come carattere distintivo della poesia decadente.


ORIGINE DEL TERMINE
Il termine «decadente» ebbe in origine senso negativo. Fu infatti rivolto polemicamente contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi  di valori del tempo, avvertendo, di là dall'ottimismo ufficiale e spesso ipocrita della società, il fallimento del sogno positivista.
Ma quegli scrittori fecero della definizione una polemica insegna di lotta, in cui si gettavano, di fatto, i fondamenti d'una nuova visione del mondo e d'una nuova realtà. Essi ebbero insomma la coscienza di vivere un'età di trasformazioni e di trapasso, si sentirono insomma gli scrittori della crisi, e avvertirono che il loro compito non era quello di proporre nuove certezze, ma di approfondire i termini esistenziali di questa crisi sul piano conoscitivo.

MOVIMENTI LETTERARI LEGATI AL DECADENTISMO
Il Decadentismo è un fenomeno complesso, versatile nella sua multiforme tematica, nei suoi esiti artistici, nei suoi valori e disvalori, pertanto non c'è, come nel Romanticismo o nel Naturalismo, una poetica che faccia da punto di riferimento comune al variare delle singole esperienze. Si hanno piuttosto varie direzioni di ricerca, che possono in parte legarsi a due movimenti culturali della letteratura europea: il simbolismo e l'estetismo.
Anche in Italia non è possibile ritrovare una corrente letteraria unificante, ma piuttosto poetiche individuali che si rifanno ai miti italiani: quella del «superuomo» in D'Annunzio, del «fanciullino» in Pascoli, del «santo» in Fogazzaro.
Una reazione a questi miti, all'affermazione eroica dell'io, è rappresentata dalla poesia dei crepuscolari italiani che si rifanno ai temi del decadentismo francese.
Accomuna queste esperienze la ricerca di nuovi strumenti espressivi, il rigetto della cultura positivista e il rifiuto spesso aristocratico della società contemporanea in ciò che essa ha di abitudinario, di etica comune, di valori diffusi a livello di massa.
Riconducibile al decadentismo è anche il nascere delle avanguardie, cioè di movimenti che pur con grande diversità di poetiche, mirano alla sperimentazione di nuove tecniche espressive che, movendo tutte da premesse irrazionalistiche, segnino una radicale frattura col passato e siano voce e testimonianza della consapevolezza della crisi. E' un'esplosione che dura suppergiù fino agli anni '30 e comprende le cosiddette "avanguardie storiche": il futurismo, l'espressionismo, il dadaismo, il  surrealismo.

CARATTERISTICHE
Per attribuire all'arte i fini conoscitivi tipici decadentisti, era innanzitutto necessario ridare autonomia creativa all'artista (che si fa ora «superuomo» ora «fanciullino» o «veggente») affinché non fosse ridotto a impersonale e freddo registratore della realtà, come avveniva nel Naturalismo; erano altresì necessarie nuove tecniche espressive per definire l'inesprimibile (non più l'obbligo dell'uso logico della parola, della sintassi, della punteggiatura).

LE REGOLE
v     uso della sinestesia associazione inedita e analogica di due parole appartenenti a due campi sensoriali diversi: è utilizzata per cogliere la realtà non più solo attraverso i canali percettivi pubblici (vista e udito) ma anche attraverso quelli privati (olfatto, tatto, gusto), in un reciproco gioco di corrispondenze; 
v     la parola perde la sua funzione logica, strettamente denotativa ed è impiegata più per le sue valenze connotative; essa è liberata delle sue energie, nelle sue capacità di sprigionare sensi multipli, perché solo se lasciata vibrare nei suoi contenuti affettivi la parola potrà penetrare nelle zone oscure e misteriose dell'inconscio, fino a cogliere le sfumature della realtà e delle emozioni;
la sintassi è liberata di tutte le intelaiature che condizionano la parola; in tal modo essa può sprigionare tutte le sue energie;
v     l'aggettivo deve tendere a cogliere l'emozione: deve essere scelto per suggerire il mistero che avvolge gli oggetti e la vita;
la poesia deve tendere alla fusione tra tutte le arti, accogliendo di ognuna le suggestioni più produttive;
v     la poesia deve ricorrere al simbolo affinché possa andare oltre i dati dell'esperienza quotidiana e ritrovare l'unità di fondo dell'esistenza. Gli oggetti, le parole stesse, le immagini divengono simboli evocatori di sentimenti, di stati d'animo, di idee, attraverso un misterioso legame di analogie.

LA VISIONE DELL'ARTE
L'arte è l'organo di conoscenza per eccellenza, per non dire l'unico; ammessa l'impossibilità di conoscere la realtà più profonda mediante l'esperienza, la ragione, la scienza, il decadente pensa che soltanto la poesia, per il suo carattere di immediata intuizione, possa attingere al mistero della vita, esprimere le rivelazioni dell'ignoto. Per questo essa è considerata come pura illuminazione, messaggio che giunge da una zona remota, opposta all'esperienza usuale, come espressione simbolica.
La poesia deve inoltre tendere alla fusione di tutte le arti perché di ognuna deve accoglierne le suggestioni più produttive.
Paul Verlaine: Arte poetica
 




martedì 15 marzo 2011

Ettore Schmitz
vd. QUI


                                                               La condizione umana di Renè Magritte


L'opera narrativa di Svevo è una sorta di inchiesta autobiografica ed insieme rivelatrice della condizione esistenziale dell'uomo nella società borghese, sul suo desiderio di vita e di successo ed al contempo sulla sua incapacità di raggiungerli. 
  • I TEMI ricorrenti dei suoi romanzi-l'inettitudine,la senilità,la malattia-rivelano l'incapacità dei suoi personaggi di colmare lo scarto, di cui pure sono coscienti, tra il momento della" passione "e quello dell"'azione". Ed anzi è proprio la "coscienza della malattia", del suo significato e dell'impossibilità di superarla che testimonia la condizione di crisi dell'uomo moderno.
  • Da qui: la coscienza del fallimento della cultura borghese, incapace di proporre una soluzione di uscita della crisi storica della società moderna(tragicamente dimostrata dalla guerra); 
  • la proposta del valore della conoscenza come unico strumento per capire"la malattia del vivere", per cui la scrittura diviene una misura di igiene",STRUMENTO DI SALVEZZA PER ARRIVARE AL FONDO DEL PROPRIO ESSERE.

TEMPO DELLA STORIA

Nel romanzo non ci sono riferimenti storici a differenza del romanzo naturalista-verista. A Svevo interessa delineare semplicemente una vita e le sue caratteristiche, non avrebbe senso datarla in modo preciso. E’ vero però che ci sono alcuni riferimenti letterari a scrittori ad Alfonso contemporanei (Balzac…), tecnologici (si cita il treno, non c’è energia elettrica…), da ciò deduciamo che la vicenda possa essere ambientata verso la fine del 1800.
La vicenda dura poi circa tre anni che sono scanditi dai turni di ferie degli impiegato e dall’arrivo dell’inverno.

TEMPO DELLA NARRAZIONE

Il tempo del romanzo scorre in modo non uniforme. Ci sono momenti in cui scorre lento (il primo giorno in banca, la prima passeggiata) in altri momenti invece si procede per sintesi (il lavoro in banca, gli studi in biblioteca, i tentativi di traduzione filosofica). La caratteristica principale dello scorrere del tempo nel racconto è la lentezza: nel romanzo succedono ben pochi eventi significativi, la vita di Alfonso è ripetitiva, il tempo è dilatato dalle continue riflessioni del protagonista; dopotutto queste sono le caratteristiche del romanzo della prima parte del ‘900, sull’azione prevale la riflessione.

SPAZIO

Nel romanzo la descrizione degli ambienti è in relazione allo stato d’animo del protagonista quindi, per quanto riguarda gli esterni: Trieste è una città squallida e grigia in relazione all’oppressione che prova Alfonso, i dintorni di Trieste sono invece visti in modo positivo, luogo d’emozione, la campagna da dove Alfonso proviene è vagheggiata ma quando la ritrova il vagheggiamento cessa.
Questo vale anche per gli interni: casa Maller appare bella, sfarzosa al protagonista che oppone quella casa a quella dei Lanucci, tuttavia dice Svevo:”un occhio più esercitato avrebbe scorto in quell’addobbo qualche cosa di eccessivo, ma era la prima volta che Alfonso vedeva di tali ricchezze e si lasciava abbagliare”; sono anche descritti l’ambiente della banca e la sua casa in campagna ormai in decadenza. Lo stesso discorso vale anche per la natura, c’è una corrispondenza tra stato d’animo e paesaggi, la natura è serena durante le passeggiate, è invece nemica, quando la madre muore.
Macario inoltre, riferendosi alla natura, delinea due concezioni opposte di vita: coloro che lottano per essa e coloro che la subiscono, vi è un chiaro confronto tra vincenti e perdenti.
Macario infatti paragona i vincenti agli uccelli mentre i perdenti sono i pesci che si lasciano divorare dagli uccelli.

ANALISI DEI PROTAGONISTI

Alfonso

IL protagonista si presenta per la prima volta nella lettera iniziale alla madre dove appare con chiarezza come la città, la banca, la società in cui è costretto a vivere siano per lui ostili e brutali ed emerge subito la sua tendenza ad autocompatirsi, la sua incapacità di lottare e vivere nella società; quando viene invitato a casa Maller  prepara in anticipo vuoti discorsi ma una volta in salotto è imbarazzato, vuole fuggire, non riesce a dire ciò che avrebbe voluto. Egli sogna di diventare un grande scrittore, sogna dei diventare un grande filosofo, immagina Annetta come una dea. Questo continuo contrasto tra sogno e realtà accentua un’altra caratteristica del personaggio tipica dell’inetto di Svevo: il sopraggiungere della malattia, del malessere che è indice di disadattamento da cui Alfonso si solleva solo parzialmente con le evasioni fuori città, esce da un senso di inferiorità che sente con le persone che percepisce a lui superiori.
Per Alfonso anche la decisione del suicidio è associata al sogno, la lettera finale ci fa capire come è finita una delle tante esistenze anonime segnate dal fallimento e da una tragica impotenza.

Annetta

Annetta ci viene presentata con caratteristiche comuni anche ad altre donne protagoniste dei romanzi di Svevo: donna disinvolta, che si concede e poi si nega.
E’ una donna annoiata dalla vita che conduce e deve sempre trovarsi nuovi svaghi come per esempio la musica o la letteratura, tutti questi passatempi vengono però portati avanti con scarso interesse e altrettanto scarso profitto.
E’ con la scrittura del libro che Annetta mostra tutte le sue differenze da Alfonso, l’idea di Annetta è piuttosto prevedibile attinge alle risorse più banali con duchi, industriali e l’immancabile, scontato lieto fine; ella è poi vanitosa, testarda, orgogliosa, superba e ben consapevole della propria superiorità nei confronti di Alfonso.
Gli altri personaggi sono: il signor Maller, i colleghi di Alfonso (White, Miceni, Ballina, Sanneo…), Macario (il cugino di Annetta), il signor Lanucci, la signora Lanucci, Lucia (figlia dei Lanucci), Gustavo (figlio dei Lanucci) Francesca, Santo, la madre di Alfonso, e alcuni compaesani del protagonista.

TEMI

La figura dell’inetto
Un ruolo centrale nella narrativa di Svevo è occupato dalla figura dell’inetto. L’inetto si contrappone all’esteta, infatti si sente inadatto a vivere poiché non riesce ad aderire alla vita, non ha valori in cui credere, non ha scopi, non ha un ruolo nella società in cui riconoscersi, quindi non riesce a dare un senso alla propria vita. Inoltre l’inetto si sente malato di quella malattia che è il disagio del ‘900: l’incapacità di provare sentimenti, che provoca nell’uomo un intenso alone di tristezza e di infelicità. L’inetto quindi, è sempre un eroe sconfitto che potrebbe apparire al pubblico molto simile ai personaggi vinti rappresentati da Verga, ma esiste una notevole differenza: mentre la sconfitta dei vinti era da imputare esclusivamente all’ambiente, il fallimento dell’inetto è da ricondurre alla frattura venutasi a creare tra l’io e la realtà e all’interno dell’uomo con la scoperta dell’inconscio. Tutti i personaggi protagonisti dei romanzi di Svevo sono quindi degli inetti. Questa è la figura letteraria, il tipo di personaggio che viene consegnato alla letteratura del Novecento.
L’inetto è incapace di “vivere come gli altri” e di “fare come gli altri”, reagisce alla sua incapacità rifugiandosi alternativamente nell’alibi della propria superiorità intellettuale o nei sogni di una vita     improbabile, densa di azioni clamorose e di gesti eccezionali.
Alfonso prima si sente vivo perché seduce Annetta, poi ha paura di tuffarsi nella vita e si autoinganna e inganna gli altri con l’ipocrisia del sacrificio. Egli cioè maschera la decisione di scappare lontano dalle responsabilità e dalla lotta con la scusa di sacrificarsi per il bene di Annetta (è Annetta che gli chiede di allontanarsi; lui non vuole avere l’aria dell’arrampicatore sociale ecc.). Poi, saputo che Annetta sposerà un altro, Alfonso spera di passare dal ruolo scomodo di traditore a quello, gradito, di abbandonato (è il ruolo che più soddisfa il suo desiderio di autocommiserazione e di pietà altrui). Questo ruolo lo mette al riparo dai rischi dell’esistenza, giustifica la sua rinuncia e lo colloca in uno stato in cui egli si sente “felice, equilibrato, come un vecchio.”
E' subito evidente uno scarto dal romanzo naturalista, poiché le cause della sconfitta di Alfonso sono ricondotte da Svevo non a ragioni esterne, sociali, ma interiori, a un suo modo di essere. Alfonso è sconfitto da qualcosa che ha dentro, anteriore ad ogni suo incontro con gli altri.
Spesso ritorna, nei momenti chiave, una parola: "lotta". Alfonso non sa lottare, è un inetto. Un’altra tematica fondamentale dell’opera sveviana, strettamente legata al tema precedente, è la malattia; Svevo sostiene che i veri malati sono coloro che hanno delle certezze immodificabili su cui basano la propria esistenza e che non sanno analizzare se stessi, pertanto il confine fra sanità e malattia si assottiglia notevolmente, in un clima di malattia universale, in cui tutto è soggetto ad una generale degradazione, e questo atteggiamento è sintomo della crisi delle certezze che caratterizza l’inizio del ‘900.
Altre tematiche sveviane sono la morte e il suicidio, visti come una liberazione dalle sofferenze del mondo; Svevo parla anche di degenerazione, cioè vede ogni realtà della natura soggetta a crescita, decomposizione e morte, e di molteplicità dell’individuo, perché nelle sue opere mostra di essere cosciente della pluralità dei piani della psiche, dell’esistenza nell’individuo di aspetti di cui neanch’egli è pienamente cosciente, tutto ciò rende il soggetto “multisfaccettato”.
LA DONNA E L’AMORE
Una delle caratteristiche principali della figura dell’inetto è l’incapacità di provare sentimenti verso gli altri. I personaggi rappresentati da Svevo non riusciranno mai ad avere una relazione duratura, anche perché vogliono evitare quelle ovvie responsabilità derivanti da un matrimonio.  Per esempio, l’amore di Alfonso per Annetta in "Una vita" è semplicemente un’occasione per elevarsi da quella condizione di inferiorità a cui il protagonista deve sottostare fin dalla nascita.


ù I













venerdì 11 marzo 2011

Una novella di ambientazione siciliana


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In questa novella, Pirandello concentra la propria attenzione su Ciàula, un personaggio sfruttato e maltrattato, lui vittima di un ambiente sociale primitivo e ingiusto, dove chi è povero deve sottostare a un padrone che ha il «diritto» di trattarlo come una bestia. Se poi è anche «diverso» dagli altri come Ciàula, subisce quotidianamente soprusi e cattiverie persino dai suoi compagni di fatica. Ma è proprio la sua «diversità» a renderlo unico: un’innocenza assoluta che gli consente di provare la meraviglia senza limiti di un bambino davanti allo spettacolo della luna candida nel cielo notturno. Egli non l’aveva mai vista prima, perché usciva dalla miniera di zolfo, ubriaco di fatica, sempre a giorno fatto. Ma quando la Luna gli si rivela all’improvviso, bella come una dèa, per lei non può che provare una muta dolcissima adorazione.
La novella è divisa in tre momenti. Il primo si svolge in piena luce, all'esterno della cava e presenta la ribellione dei lavoratori, che non accettano di prestare lavoro straordinario; la scena è affollata dall'insieme dei picconieri che abbandonano rumorosamente la cava ignorando le minacce del soprastante Cacciagallina. Egli finisce quindi per costringere ad effettuare il lavoro l'unico lavoratore rimasto, il vecchio zi' Scarda, che a sua volta si impone sul suo caruso Ciaula, un povero scemo. In questa prima fase domina il discorso diretto, che sottolinea momenti di clamore e concitazione; la descrizione dell'ambiente è di tipo verista, sul modello verghiano, con uso preciso di termini tecnici (picconieri, soprastante), gergali e dialettali (calcara, calcherone, caruso) ed espressioni popolari e sintatticamente vicine al parlato.
Il secondo momento, una volta usciti di scena i picconieri, si svolge all'interno della cava ed è occupato dalla descrizione di zi' Scarda, del suo vizio della lagrima, del suo rapporto con Ciaula, di cui vengono fornite le notizie essenziali. In questa fase viene meno il discorso diretto e alla descrizione esterna dei personaggi si affiancano considerazioni di tipo psicologico, con adozione del punto di vista del personaggio.
Nel terzo momento, il più importante, il centro d'interesse è unicamente Ciaula, con la sua paura prima e il suo stupore poi, quando scopre la luna. La descrizione è di tipo interiore, psicologico, attraverso il punto di vista di Ciaula stesso; il movimento del protagonista procede dall'interno della cava, dal buio alla luce, dal basso in alto, sia in senso spaziale sia morale. L'impressione iniziale di descrizione verista cede completamente; l'interesse è tutto concentrato sullo stato d'animo del personaggio, solo con se stesso di fronte alla luna.

Pirandello, a differenza di Verga, si concentra maggiormente sull’analisi dell’interiorità dell’individuo e porta alla luce l’alienazione cui il protagonista è soggetto: Ciaula sembra non conoscere e non avere alcuna percezione del mondo al di fuori della cava. La sua vita e il suo io si esuriscono completamente nel lavoro e nella miniera; la sua umanità viene negata sia a livello individuale (egli non parla, emette solo il verso della cornacchia, da cui deriva il suo soprannome) che sociale (gli altri lo deridono perché inferiore e demente). Ciaula giunge alla scoperta di sé e del mondo solo con la visione epifanica della luna, che contrappone il mondo esterno a quello della cava e del lavoro, dove l’oscurità si rivela ora non più rassicurante, come il protagonista era portato a pensare dalla mera conoscenza di quella realtà, ma totale e soffocante.